3 – ALBANO LAZIALE

ALBANO LAZIALE (400 m slm – 33692 ab., detti Albanensi – sup. 23,80 kmq). Sorge sui Colli Albani, a 25 km circa da Roma, sul lago d’Albano; è bagnato dal fosso di Cancelliera e dal fosso di Montagnano.

Il dialetto arbanese. La studiosa M. Durante anziché il termine albanense per connotare il dialetto preferisce il termine arbanese perché ci si riferisce al dialetto di Albano Laziale inconfondibilmente. Nel suo libro ’N crietto de sale. Ghetanaccio parla arbanese riporta, estratti da il “Ghetanaccio”, periodico dialettale di Roma e del Lazio, alcuni testi nel dialetto locale pubblicati tra il 1927 e il 1929, grazie ai quali “l’originalità rispetto agli altri dialetti immediatamente limitrofi si tocca con mano”.
La Durante riferisce di avere chiesto a una marinese se poteva spiegare a modo suo come si parla secondo lei in arbanese. Ed essa, come se stesse parlando di una lingua straniera, ha messo in luce alcuni tratti linguistici che caratterizzano la lingua locale rispondendo: “L’arbanesi parleno tuttu co’ ’o… ce mettinu sembre o a’ ’a fine d’ ’a parola presembiu tennu da dì somaru ’o dichenu c’ ’a o somaro, o dicheno avao, pe ddì i’ po’! presembiu quanno ce iessimo a crompà i cappelli, a noiatri de Marini ce dicevino “avao esso e marinese” …e ppo’ so simbatichi perché strillino comme fussi gnende de fori a ’u barcone de casa, comme ’na vota…”
 

Carlo Andreassi nella prosa “E funtane d’Arbano” vuol dire la sua a proposito do dialetto arbanese.
Prima de tutto perché nne’ potevo più de tenemme drento tutto quillo che sentevo e seconno perché era ora che e funtane d’Arbano, che me credevo seccate, ricomincessero a buttà. Tiremo fora a tradizione, a storia, l’usanze, a parlatura e tutto quillo che semo tenuti n corpo pe tant’anni. Ritrovemise, rincontremise, parlemise nun mannemo perso tutto sso po’ po’ de materia che tenemo n capo. Se tenemo da organizzà pe ritrovasse tutti insieme e pe lascià a quilli che verao n’appresso a sementa e a linfa pe nun falla seccà più ssa pianta. Ricordetive che ssa pianta è Arbano nostra che ssa tenemo da tenè stretta come na Matre.
Mo vojo parlà n crio do comme e percomme s’è cambiata a parlatura. Comincemo co ddì che nojatri semo da a generazione do o doppo guera, co tutto quillo che ne comporta, fame, miseria, pusci, e finiscemela qua sindò me sento ’ncora rode. Ma quillo che ha nfruito più de tutti a o cambiamento sò stati du fatti: i mericani e o pennolarismo. I mericani hao portato i balli e musiche nove, o Buchi-Buchi, o rocche ròlle, o gezze e tutti i balli di caribbi e brasileri.
Da quillo momento semo cominciato a ffà tutti i paini, erìmio diventati comme i pappagalli, tutto quillo che veneva d’a America era bello e bbono (e ncora n c’è passata). Se semo levati i carzoni corti e se semo messo quilli a americana, ao cinema semo cominciato a parlà ngrese, nvece da di sine dicemio occhei, nsomma erimio bbelli che fregati, chi o parleva più o dialetto? Po’ ecchite o pennolarismo, tutti a lavorane a Roma. Io sò cominciato a viaggià co o tranve a tredicianni, me ricordo che partevo a mmatina e rivenevo a sera, propio nun me java, ero ncora n munello e stevo sempre a pensà all’atri munelli che stevino a giocà su a SanPavelo. N c’era gnente da fà, ero o primo maschio de otto fii, toccheva partì, tenevo d’aiutà a famìa. Pe fortuna o pe sfortuna chiamela comme te pare so venuti atri munelli a lavorane a Roma, così se facemio compagnia e o viaggio diventeva n po’ più llegro. Pe magnà se portemio tutti npezzo de pà ripieno, ncartato co a carta straccia e n fojio de giornale, ncima ao porta bagaji parevino tutti guali. Na vorta all’ora de pranzo so ito a scartà e so trovato a sorpresa, c’era n pezzo de pa sciutto, na cartata de chiodi e na calamita, m’era ita male, m’era capitato o fagottello d’en fachiro! N’atra cosa che ha fatto diventà o viaggio n po’ mejo e sopportà quilli bocconi amari do lavoro è stato che ao cominciato a viaggià e munelle. A maggior parte javeno a mparasse a fa e sartore o e parrucchiere. A sso punto o viaggio è diventato na bellezza, so cominciati i primi amori, e e prime scappatelle.
Gni tanto nvece da ì a lavorà jamio a Villa Borghese o a o giardino zologgico, doppo n po’ ce so stati i primi fidanzamenti e puro i matrimoni, nsomma na bbona parte da gioventù a semo passata ncima a sso trallallero. Ntanto però era successa na cosa: s’erimo romanescati, erimio perso quillo patrimoggno che c’erino lasciato i vecchi Arbanesi. Mo io na vorìa fa traggica, ma si nun se demo da fa tutti quanti o sa comme va a ffinì? Che Arbano e i Castelli diventerao n sobborgo de Roma, n posto qualunque senza più né anima, né storia, né tradizioni, saremo nvasi da o cemento che o butterao drento o lago, nsomma rischiemo de esse distrutti pa seconna vota, ricordemise a fine de Arbalonga.

 

1. I vocabolari e le grammatiche

Una grammatica arbanese viene proposta dalla Durante nel suo libro (pp. 59-81) a partire dalla pronuncia e dallo scempiamento della vibrante intensa (al posto di due r se ne pronuncia una sola), allo scempiamento dell’occlusiva dentale sorda tt (matina, quatrini), ai raddoppiamenti fonosintattici e cioè il raddoppiamento della consonante iniziale di una parola qualora quella precedente termini per vocale (Avoia a ddìccelo; i sacchi d’ ’a ’mmonnezza), ai raddoppiamenti delle consonanti all’interno della parola (cuggina, Euggenia, grazzie), alle consonanti etimologicamente sorde come matre, patre, latro, scuti; al fenomeno del betacismo (con la b al posto della v: boce, ’mbece); alla sonorizzazione delle consonanti che si trovano dopo le n , in particolare la s che in molte occasioni diventa z (scanza, spenzierata, perzone), al fenomeno del rotacismo (con il passaggio da l a r (Arbano, vorta, recrame), alla scomparsa della l non solo come effetto della legge Porena, ma anche in parole come: voiatri, noiatri, atro, vota; a ng che diventa gn (dipigne, costrigne, piagne). E ancora, è presente un tipico meridionalismo come saccio (so), un toscanismo fonetico in parole come foraschiere, canocchiera, lecchiera (forestiere, canottiera, lettiera), quasi sempre di diventa ghi (degghietro, ghiecina: dietro, decina).
Si riscontrano anche: l’assimilazione consonantica nd in nn, mb in mm e di ld in ll, (es. dimannà-domandare, commatte-combattere, callaroste-caldarroste); il mantenimento della vocale originaria senza dittongazione: ommino-uomo, bono-buono, vòi-vuoi, moro-muoio, socero-suocero); la cosiddetta metafonesi sabina o ciociara che trasforma le e accentate in i e le o accentate in u solo quando le vocali finali delle parole sono i oppure o (es. quisso al posto di questo, quillo al posto di quello); la mancata anafonesi in parole come lengua, ristregni, fongo (lingua, restringi, fungo); la conservazione della e protonica (Felippo, feniscela); il passaggio da una vocale all’altra in sillabe sia accentate che non (es: cure-correre, lope-lupo, gnissuno-nessuno, propotenza-prepotenza, torchino-turchino); una serie di verbi con l’alterazione della vocale che si trova dopo la vocale accentata (postonica): ’zittete azzittati, piantela-piantala, credeme-credimi, vengheno-vengono, erino-erano; l’aferesi o caduta della vocale o sillaba iniziale (’mpunito, ’ntruppato), la prostesi (aggiunta di vocale iniziale per facilitare la pronuncia della parola): arivotasse-rivoltarsi, arimanè-rimanere, oppure di una consonante come nel caso di rescì-uscire, roprì-aprire). Infine l’epentesi della v intervocalica (dova-due, pavura-paura, Pavelo-Paolo) e l’epitesi (aggiunta finale) di e, in tutte le parole che terminano per consonante (tramme, sporte); molto frequente è anche quella in -ne (perone-però).
Nella seconda parte la Durante tratta degli articoli determinativi e indeterminativi, preposizioni semplici e articolate, nome, aggettivo, aggettivi e pronomi possessivi e indefiniti, pronomi, avverbi di luogo, di tempo, di modo, verbi: esse, avè, tenè, ì’, fa’. Al termine, dopo aver annotato che “chi parla arbanese si riconosce inconfondibilmente dalla pronuncia e dalla particolare cadenza a cavallo tra la romanesca e la ciociara-sabina”, fornisce un elenco di parole, tra le quali selezioniamo:
aggattà (conquistarsi, impadronirsi prepotentemente), banghiera (bandiera), bargiarella (stelline davanti agli occhi), cicà (fumare), cononqua (comunque), crio, crietto (poco), gnagnaragnà (uomo inetto), lope pepenaro (lupo mannaro), marmatrone (uno gnocco alla gola o un colpo), mozzino (birbante), ngrillettasse (ingioiellarsi, farsi bello), nneccetto (mazzolino), pioto (lento), rafagano (tirchio, opportunista), sdromicio (persona che non si cura), trufigna (odoraccio persistente).
 

2.I proverbi e i modi di dire

Da ’N crietto de sale di Michela Durante estraiamo i modi di dire: arà e mete (fare di tutto), avavo! (espressione di stupore), ce butta ’o naso (gli cola il naso), chi te se ’ncucchima? (chi ti dà retta?), io so’ ’ggiustato, io stucco (io ho creato e io distruggo), levà de pacenza (perdere la pazienza), n’ arzà e puche (non vantarsi), n t’ero sfigurato (non ti avevo riconosciuto), saccio muto (non lo so).
Aldo Onorati dedica un capitolo del suo Albano addio ai “Modi di dire e proverbi arbanesi”, iniziando dal termine debbotto “che non si usa più (…) pieno di sfumature, di significati diversi e complementari. Dire: si rivato debbotto, significa: sei arrivato all’improvviso; invece: me si debbotto ’ncontrato, vuol dire: mi hai incontrato per caso. Ci sono altre variazioni di significato anche secondo l’inflessione della voce. Facemelo debbotto significa: facciamolo subito. Te cachi debbotto a pajata, sta per: evacui addirittura le budella”. Onorati ci informa che: gli avvocati “venivano detti spicciagnommeri, cioè dipana gomitoli, mentre i politici erano definiti con un termine collettivo: quilli che vavo su, e che, naturalmente, se favo i cazzi sui (si fanno gli interessi propri)”; ce cure l’acqua pell’orto (vuol dire quella persona è fortunata); nun te mannà tanto ncima a cunnufiennola (significa non ti vantare troppo – a cunnufiennola è l’altalena); faà o finto burino (cioè far l’indiano); dorme a culo sturato (dorme beatamente, spensieratamente, è un menefreghista); tè i filari a Nocchiente (ci sente poco – Nocchiente, località lontana).
Dalla stessa fonte un aneddoto. Nel Duomo alcuni stranieri chiesero di parlare coi sacerdoti e si sentirono rispondere: “Vote vevo vote nvevo, vote cèvo vote ncèvo, saccio muto sicché ffavo ssì preti! (a volte vengono, altre no, a volte ci sono, altre no; io ignoro cosa facciano questi preti)”. Gli stranieri non capirono, non trovando sul vocabolario nessuna di queste parole.
Da Aldo Onorati segnaliamo ancora: culo che nn’ha portato mai camicia, comme s’haa messa s’haa smerdata; i parenti de a cana so tutti bboni: i parenti de o cane so tutti gattivi (la parentela della sposa è perfetta, quella dello sposo no); tu nun promette a sera che a mmatina gnisuno te cerca (non dar parola la sera e nessuno ti cercherà il giorno dopo); a chi tanti pali zzompa, aa fine uno c’entra’n culo (come dire: tanto va la gatta al lardo che vi lascia lo zampino); i cavalli se zzoppeno a vennegna (cioè quando ti servono).
 

3. I toponimi e i soprannomi

Molto originale risulta la sistemazione di circa mille soprannomi, in una simpatica gara tra moglie e marito, nel capitolo “Li soprannomi d’Arbano” in Albano addio (pp. 23-35) di Aldo Onorati. Tra questi scegliamo:
Sarchiapone, Mmazzamarinese, Mozzicanaso, Svagolaverdoni, Snaccasonno, Magnavipere, Spaventamadonne, Barbadezeppi, Ficaramea, Ghieciassettecentinara, Cacatravi, Cacazucchero, Smerdacuscini, Cazzubbello, Reggina de a bborza nera, Rosicazzeppi, Chiacchierabbella, Pecherazzozza, Caschemeaddosso, Zeghetenzè, Sporpalossa, Piasciacquasanta, Passerozzuppo, Cacasaette, Biola co’ l’occhi de fora, Sorcabrilla, Strumbolociuccio, Zampadepezza, Sbornia fissa, o Cavallo de o Papa, Mammalasisa, Bbaffidetutero, ’Npossocacà, Pisciagnommeri.
 
In “Arbano de na vota” Carlo Andreassi tutti i rioni in cui si svolgevano le sfide tra ragazzi: Ureglio, Saffi, Propaganna e Grazzie e Livella, / o Muriardo e Tartarughe, a Ritonna, o Spidale, a Vignetta, i Travoni, / a Bbazzia, o Prebbiscito, Piazza Pia, SaRocco, Cellumaio, a Stella. (…) e poi se vuoi goderti Albano sce pò venì a vedella a tutte l’ora, / Anfiteatro, ’a Ritonna, SanPavelo e Villa Doria.
 
 
4. Canti – filastrocche-indovinelli – giochi- gastronomia- feste&sagre-altro
4.1 Canti
Dimme, Savello, si avessi paura / quanno lo foco te vinne a brucià: / piccheli e granni sartorno le mura. / Dimme Savello, si avessi paura… Questa ninna nanna popolare che, secondo Aldo Onorati in Albano Addio, solo pochi anziani ricordano, colora di romantico e di incendiario il tramonto del casato dei Savelli.
 

Alcuni stornelli di Albano tratti da Canti popolari Romani di Giggi Zanazzo, Torino, Società Tipografico-Editrice Nazionale, 1910:
933 – Fiore dé lino, / quanto mi piace a mmì ll’aria d’Arbano / perché ccé tira lo vento marino! 934 – Amore méo, caccèteme (cavatemi) ’na voja, / portèteme a la macchia ffa’ la legna, / e a’ lò cannéto a ffa’ la cannefôja. 935 – Mé vojo fa’ ‘’romito de la Stella (chiesa e convento sulla strada di Ariccia ove è annesso l’antico camposanto di Albano) / Mó cche la bbella mèa ppiù non me parla, / già cche la fortuna méa me curre quella. 936 – Fior dé giunghijo, / s’io nu’ mmé spóso a tte vavo all’inferno, / mé vesto da ghiàvolo e tté pijo. 937 – Mé vojo annà’ ffa’ frate de la Scala / e confessore de la bbella méa, / e nu’ las vojo assòrve si nu’ mm’ama. 942 – ’N mezzo ar petto mio c’è un giardinetto, / venéte, bbello méo, a spasso a spasso, / che vve lo vojo dà’ ’n garofoletto. 944 – A la violetta, / la carne de le donne è bbôna tutta, / e speciarmente la carne bbaffetta! 951 – Morìcola, morìcola dé fratta, / co’ ssette pugni d’acqua, / ’na pizza e ’na pizzola, / co’ sette para d’ôva, / ’no litro e ‘’na fòjetta / facémo guari’ ssa poveretta. 956 – Bella ragazza tutt’infarinata / e quanto té stà bbene ’s’a farina; / si nun cé fosse mammita (tua madre) su ccasa, / te la vorrebbe da’ na sgrullatina. 958 – Bella regazza che cce l’avete d’oro: / ve c’è calata la manna dar cèlo, / ve cià ffatto lo nnido lo rossignòlo. 959 – Bella ragazza che l’avete stretta, / la martorina indove fate él pane: / si vvé ciarivo io co’ ’sta stanghetta / vé roppo martorina e mmartoretta. 962 – Rama dé pero, / me si’ levato (mi hai levato) ’o core de la mano; / si nu’ mmé pôi parlà’ sospira armeno.

 
4.2 Filastrocche, indovinelli, invocazioni, scongiuri
 
4.3 I giochi

In “Arbano de na vota”, C. Andreassi ricorda che pe fà i giochi basteva n pò de fantasia, / un manico de scopa pe fà a lizza, na frezza, / ’o schioppo de sambuco, a ecchime, a palla de pezza, / a nisconnerella, a bugarzilla. Era na goderia. Ma poi quanno veneva ’o momento de sfidasse… se demio certe smirciate! / Po’ via! I scontri erino: a botte, a spadate, a serciate, a dito de fero. / E mejo erino a pallone: i carci se spreghevino, certe sgrugnate! / Però finisceva tutto lline, ’o massimo era ca occhio nero. // A mejo cosa che me ricordo era che ffinita ssa giostra / viva ’a faccia, erimio tutti amichi, nu rimaneva cattiveria.

 

4.4 la gastronomia
Dal libro della Durante la ricetta d’a panuntella: una fetta di pane abbruscato.
Po’ apparte friggi ’n bello tocchetto de pancetta co’ ’o finocchietto e ’n vicchio (spicchio) de ajo. Sale e pepe manco serveno perché a pancetta ’o caccia d’ o sio. Pe fenì pja o pa’ e mettice sopre a fetta de pancetta… à da vede si che te magni!
 
4.5    I testi in prosa: il teatro, i racconti
La saga degli ominidi; L’olocausto degli ominidi; Albano Addio di Aldo Onorati costituiscono un trittico importante per meglio comprendere Albano e il suo territorio e non solo. Albano addio, un volume composto di vari pezzi usciti su “Il giornale locale”, costituisce uno speciale addio non solo ai cari luoghi ormai deturpati dal cemento, ma anche ai personaggi, alle usanze, al dialetto di cui egli è profondo conoscitore. Osserva Carmelo Marzano, nella presentazione:
Albano Addio è un discorso poetico delle memorie, è un atto d’amore per la propria terra (ma ci sono anche note umoristiche e ironiche, se si pensa alla “Rivolta contro i Savelli”, al brillante “O poveta” e “A ricetta de Spiccialetti”, nonché amare se si esamina “A medaja de stabbio” e agilissime come la sistemazione dei soprannomi in un simpatico duetto di moglie e marito); è un disperato tentativo di sottrarre all’oblio la storia che si è fatta nostalgia. Tutta l’atmosfera è poetica, perché Onorati, è essenzialmente un lirico, fra i più originali e sensibili del nostro tempo.
 

In Arbano mia… Carlo Andreassi cioffre 17 brani di godibile prosa in dialetto in cui disquisisce sull’abbandono delle tradizione e del dialetto sempre più in via di “romanescarsi” (vedi nella sezione dedicata al dialetto: “E funtane d’Arbano”), racconta “E storielle de SanPavelo” dedicate a sua madre e alle donne che andavano a lavare i panni alla Mola (lavatoi pubblici tra Albano e Castel Gandolfo), ricorda “O Masso d’i preti (anni 40-50), “A mazzafionna” (ambientata negli anni Cinquanta), “A grattachecca”, “A pentima d’a vecchiaccia”, “A stira” (scherzi di monelli), “O sòlo de patate co… o conijo”, “O scapolone ncallito”, “A superstizzione”, “Vino e acqua”, e infine alcune storie paesane “A saraca”, “O finto tonto” e “E livella”. Ecco il testo di quest’ultima:
Quanno ce stette a guera n’Arbania i sordati Tagliani piorno priggioggneri n po’ de sordati Arbanesi.
Mo quissi quanno parlevino ni capissceva gnisuno, allora o Capitano t’ha raddunato tutta a truppa e ha dimannato chi conosceva ssa parlatura. Mo uno d’Arbano ch’era de SanPavelo ce fà, o capiscio io sor Capitano. Allora parlice, ce fà o Capitano.
Mo quisso ce comincia a discure, però più parlevino e più n ce capisceva gnente.
Mà comme ce fà o Capitano, eri ditto che capisscevi l’arbanese? Tenete raggione sor Capitano ma io credevo che quissi erino d’Arbano, Arrbano, nvece ssi fregni sarao arrmeno de e Livella (quartiere periferico di Albano, antico oliveto)

 

6. I testi di poesia
Alcuni testi poetici di Biagio di Baldo e Daniele Pieroni, tratti dal “Ghetanaccio”, sono riportati nel libro ’N crietto de sale di Michela Durante.
In “Arbano” di Daniele Pieroni sono esaltate le eccellenze del paese: ’o mejo vino, la Villa, ’o laco ch’è color torchinol’aria bbona e ’o panirama scicche… Insomma un paradiso, però: ciamanca l’acqua e questa è ’na vergogna! In “Seconno ando’ casca”, accettare o no un invito? Dipende da dove finirà quella goccia, che pende dal naso di quella zozzona di Carolina mentre preparara la pasta fatta in casa.
Ce lo dice la sua amica: Guardèvo ’a goccia ando’ java a cascane. // Quando ’a vidde fenì ’n mezzo a’ ’a pasta, / ce disse: “T’aringrazzio” e me ne ine. / … E’ stata sempre zozza, e tanto abbasta.
“’O bruscolinaro”: “Nocchi e noce!” strilleva ’gni tantino, / mezzo sciancato e struppio de’’ na mano… ma intanto quillo co’ ’a mosciarella e ’o bruscolino / ce se crompato puro ’n primo piano, mentre io che so fatto ’i studdi e ’n so’ ’n sumaro / sto senza ’n sordo! Ma, famme ’o piacere! / Quant’era mejo a fa’ ’o bruscolinaro!
In “Poro carnovale!” una popolana si lamenta perché quest’anno non si farà la sfilata di carnevale, eppure: ’A gente ce veneva da Genzano, / da Roma, da Frascati, da Castello, / da Velletri e Marino… Tutti a Arbano. // Tireveno ’i gessetti, ’i confettini, / ’o pelo, ’e ciocchelate, ’o granturchello… / E fussi visto ’e fregne d’ ’i scopini! E non si sa  dar pace perché non si muova nessuno dai più ricchi commercianti ai poveracci: Tengheno tante cose pe’ ’a mente / che a ’a fine d’ ’o mese ’nce so’ santi / chi pensa a ’e rondinelle e chi a ’i fanti / è un lagno ggenerale che se sente.
In “N’arbanese fottuta”, Marietta, la moglie dell’arrotino, per non pagare il dazio si sistemò ’na cupella de vino, in un punto strategico e, furba di tre cotte, quanno passà ’o dazziere lesta lesta / ’nsegnò co’ ’a mane ’n mezzo a’ e cianche e pone / se messe a ride e fece: “paga questa?” // Quillo diventà rossu, guardò ’a mane, / se n’agnede, passanno da fregnone, / e Marietta, ’o dazzio, n’ o pagane.
Ecco cosa è capitato in “I scherzi d’ ’o vino” al Genzanese, un ubriacone incallito che, tornando verso casa “fa quattro passi avanti e cinque agghietro”: … l’atra sera, che steva ’mbenzinato / lui ’ntruppa’ ’n’arberetto, lì a San Pietro / e disse: “Scusa, ’n t’ero sfigurato!”. Ecco come finisce (“Cose che succedono”) una passione amorosa, dopo uno sfibrante corteggiamento: Nun ne potevo piune, ero ’na mmolla: / essa me fece: “Tu sei er mio ideale”, / e io sentì… ’n gran puzzo de cipolla).
Nella nostra Antologia, il bel lamento di una mamma con la figlia in “Che matre ’ducata”.
Di Biagio di Baldo la Durante pubblica diversi testi. In “’A poesia nostra”, dedicata ai poeti Attilio Taggi e Antonio Pinci “robusti costruttori della poesia vernacola laziale”, è una requisitoria contro chi calunniosamente e a torto va strillenno che ’i ducento / e ppiù dialetti nostri so’ vorgari. “L’amore a casa” della morosa può rivelarsi per lui un tormento specialmente se Solo quanno ce sta’ ’so lanternone / de tu matre che sta lì a fa’ ’a spia, / me stuzzichi e me nsurti; bella mia / te pensi proprio che so’ ca’ fregnone? // Ma sti’ attenta, sti’, perché, si a l’occasione / me vengheno’ i ramacci de pazzia, / me pozzino scampà si nun farìa / succede lì pe’ lì ’a rivoluzione… e si tu matre, co’ quill’occhi orchi, / s’allontana un cinìco, t’ariducio / cennere, carbonella e panni sporchi!
 In “Amore pe’ ’e scale” sono numerosi i tentativi di lui per rubare un bacio al riparo da occhi indiscreti, infine coronati da successo: … Appiccicato a ’ste du labbra accese / abbraccicati, stretti, bocca bocca, / nun saccio si si’ donna, o zuppingrese!
“Pe’ strada” riprende il colloquio di due fidanzati che si rinnovano la promessa d’amore, mentre in “’O giovinotto de pretese…” e “…E ’a zitella ’ndificile” sono a confronto le opposte pretese dei due, impegnati nell’accrescere le proprie quotazioni in vista di un ipotetico matrimonio. In “’A ’ncrinazione” (ognuno ha la sua): Chi ve’ a ’sto monno p’esse beccamorto / o becco vivo, chi onesto o ’mbrojone; / chi sverto assai, cchi co’ ’o cervello corto / cchi tanto furbo e cchi tanto fregnone. Quindi perché, presempio, ’a fia d’a Scoticata / i’ a fenì malamente, da zitella? // Perché ssa pora fia c’era’ncrinata… In “Lamenti de ’na zitella che nun trova a batte ’n chiodo…” e in “…E de ’n’atra che ’n sa a chi da’ ’o resto” sono a confronto due casi: nel primo ci si accontenterebbe di molto poco (Puro u’ nneccetto me va bè’ l’istesso e perfino un marito de gesso), nell’altro caso c’è il rammarico che mme tocca a ffa’ gran parzialità… / di’ de “si” a uno, e “no” a novantanove. “’Na pora sdromicia” descrive la vicenda di una povera donna sciamannata, tutta sacrifici e rinunce per tirare su e sfamare tre figli, in “Campana de scola”, i ricordi dei giorni di scuola tornano ritmati dal suono della campanella; “Fioccheva… fioccheva…” narra la patetica vicenda di una misera fanciulla salvata dalle grinfie di n’ommino ’nfame da una vecchia donna al suo servizio che fornisce alla sciagurata una via di salvezza dall’abiezione. “I casi d’a vita” sono quelli di un infelice matrimonio in un colloquio tra donne. In “’O saluto a ’e minente” c’è la presa in giro delle millanta pacioccone che vengono quàne da ’a città Ideale, / e qqua, capisci, ch’esse fanno tappa / pe’ facce vede ’n po’ come se pappa. Nei due sonetti “Si ’n giorno te diranno” e “Tutta ’a passione mia…” risuonano i tormenti d’amore di un querulo e retorico fidanzato non corrisposto. In “’E bboierie do’ ’o monno”, in due sonetti a contrasto, il dolce far niente del benestante: Isso sciala, se spassa, si ’o vedete, / e, ’n penza a chi sta ’o deserto, / e ’a tanti pòri fij che stanno a mmete e i patimenti della povera gente: Mica è ’n cacchio ccosì p’ ’a pòra ggente! / Sete ’nteso ’sta notte, pòro Lello? / Benché ha tenuto ’e febbre da cavallo / nun se ne java a’ ’a vigna ggiò a Nocchiente? “’E matre” mette a confronto in due doppi sonetti contrapposti le madri di ieri, impegnate a impartire consigli morigerati, e quelle di oggi che incitano alla sfrontatezza e al cinismo senza scrupoli:
Là vèstete, ’ngrillèttete, stasera, / fa’ puro tu cinquanta vote ’o Corzo, / smovite e mmustra a tutti bòna cera. // E vederà, co’ ’na ggiornata o ddua, / tu ppuro sì trovato quarche torzo / che porta a spasso a ti co’ mmamma tua.
Davvero tremenda è quella descritta nel sonetto “’Na ragazza ’nsazziabbile”: Dichi, si ruma? (mangia) Addànnela si ruma / ’n te ne curà de dimannallo, Checco. / Quant’è ’n forno de pane? ’t’o fa secco. / Ch’è ’ n patrimogno? Quessa llì t’ ’o sfuma (…) tutto sbrama, riceve e tte conzuma; / peggio Madonna mia de Fosso Secco
Nella poesia “I ggiudizi d’ ’o monno” c’è il rapido cambiamento di giudizio su una fidanzata prima esaltata (Tè ’e mane proprio d’oro e puro ’a matre / p’’a gran bontà fa aggara co’ ’a fiija / e, ssi sapessi che ommino ch’è ’o patre!) e, dopo il suo diniego alla dichiarazione d’amore del figlio (T’à ditto no? Coiombri! E, cchi protenne, / qua fjo de Re? O qua’ principe romano? / E comme, ’a ppiù ’ntipatica d’Arbano, / tè’ tutta s’arbaggia, tutte ’sse penne?) da parte di una mancata suocera. “’O fattaccio” raccoglie i commenti della gente di fronte ad un delitto. In “Chiarata amorosa (Er paino e la popolana)” i due danno vita ad un dialogo-dichiarazione fra sordi (– Deh, signorina, lasci che, beato, / tra gli eletti d’Amore vada anch’io. / – E, chi t’aregge? E, va che si ammazzato!).
In Antologia “A fija ’ncionnita”: accorata rampogna di una madre alla figlia infingarda.
 
Così canta Augusto Crollari (autore in romanesco e in albanense, anche con lo pseudonimo Aricrolla) in una poesia dedicata ad Albano:
Quest’è Arbano, chiamato anticamente / Barbalonga, città de li Latini. / L’Arbanesi so’ tutti brava gente / cianno la pila, cianno li quatrini. / Le ragazze, musiù, de ’sta città / so’ belle, grosse, so’ ’na rarità. // Lo vede, lei, laggiù que monticello / co’ que le tore tutte arovinate? Là ciabbitava er principe Savello / e ce n’ha fatte, sà de vassallate.
(cianno la pila: sono benestanti)
Ecco un articolo “Tranve elettrico mio…” apparso su “Castelli Romani” (maggio 1956), scritto da Vincenzo Misserville che fu anche il fondatore della rivista.
… Oggi che centinaia di torpedoni allacciano i nostri paesi alla capitale, è facile sorridere alla rievocazione dei primi modesti mezzi di comunicazione fra Roma e i Castelli Romani. Ma, quando apparvero i primi tram elettrici della STEFER, fu una festa per tutti. Ho fra le mani un opuscoletto di cinquanta anni fa: Er tranve elettrico de li Castelli Romani. Ne è autore il popolare poeta albanense Augusto Crollari che, in data 29 marzo 1906, così salutava l’avvenimento: “Tranve elettrico mio tanto aspettato, / te vedo trapassà su e giù p’Arbano; / oggi da Roma insino su a Genzano / nun senti che strillà: – Ben arivato / Evviva er tranve! – E tu, scappanno via, / semini da pe’ tutto l’allegria.” Nelle trenta sestine che compongono il poemetto dialettale, il Crollari non è avaro di lodi per le benemerenze della STEFER: “Sia benedetto er giorno e quer momento / e benedetta sia la società / che t’ha portato; mo’ st’allacciamento / fra sti paesi è na comodità. / Marino, Arbano e tutti li Castelli / stanno attaccati come li fratelli.” (…) Il Crollari rivolgendosi al tram elettrico, (…) gli dà perfino dei consigli: Er corso de Genzano è na bellezza / e lì pòi fugge puro com’er vento. / E’ dritto dritto e longo, cià larghezza; / a Arbano invece tu ciai da sta attento. Oppure: Si pe’ strada t’incontri cor villano / che va co’ li bigonzi e er somarello, / nun cure, tranve mio, va piano piano, / e sona ’gni tantino er campanello. / Er villano è cocciuto, cià ignoranza, / fa vede che nun sente e nun se scanza.
 
In Albano addio sono presenti due poesie di Aldo Onorati: nella prima “A medaja de stabbio” racconta di un fasullo premio letterario, nella seconda “A ricetta de Spiccialetti e Sgummarello”, (vedi nell’Antologia) sono a contrasto i prodotti della medicina moderna del farmacista e quelli della medicina popolare dell’enologo locale.
 

In Arbano mia. Poesie e racconti dialettali (Comune di Albano, s. d.) di Carlo Andreassi (che si firma Treassi) sono presenti 5 poesie e 17 brevi racconti in dialetto.
Nella poesia “Pasta e cesci” in cui si elogia i pasti genuini di un tempo: lenticchia pasta e cesci e panzanella / patate brusco lite e fegatelli / ’n bicchier de vino poi na casciottella / pareva d’esse er fio de li Savelli… in contrasto con l’oggi: voi mette mo sti tempi sgangherati / che nun se sa più quello che te magni / co puro li fascioli congelati / te senti addosso ’n sacco de malagni. // Ma mo’ che te ce passa per la testa / me disce na signora a brutta faccia / voi mette mo’ che tutti i giorni è festa? / Ma er fegato ’n ce crede a sta frescaccia. In “Arbano e bbasta” è fuori discussione che Albano sia a luce e o faro dei Castelli e hanno voglia a dire che semo prepotenti e broccolari perché noi semo d’Arbalonga e tanto bbasta / semo gajardi e tosti e ppuro rari / perché noa semo fatti de n’artra pasta. In “Arbano de na vota” il poeta passa in rassegna tutti i rioni di Albano ed enumera i tanti giochi di quanno che ce giochevo da munello. In ricordo di suo padre ricorda la cara figura de “O tranviere di Castelli”: Co tutti tè parole de conforto / scherza co o falegname e o impiegato / co e femmine ce fa o cascamorto / e a riccontà e barzellette è minchionato (allegro). // Sempre cchittato a o dito a pinzetta, / puntuale e preciso a o dovere / a divisa o cappello e a trombetta / nun ce ggnente da dì, quisso è o Tranviere.

 

Antologia
 
DANIELE PIERONI
 
Che matre ’ducata
Piantela, statte zitta, nun strillane,
che nun ne pozzo piune, nun ne pozzo,
quanno che ve’ tu’ patre, grugno zozzo,
sa’ quante pizze che te faccio dane!
 
Che te piagni, te pozzino ammazzane,
te se pozza sfonnà lo gargarozzo,
chiè’, pia magnite ’st’antro maritozzo,
bbasta che magni, te pozzi sfonnane!
 
Guardatela ch’è bella, ’sa rognosa,
va ’n cammera a piatte ’a cuncolina,
e lavite ’so grugno, a’ mocciolosa!
 
Ce credi, me vergogno d’esse ’a matre?
’N ce venì più da mi, brutta mozzina,
va da quillu cornuto de tu’ patre!
 
(mozzina: birbante)
 
BIAGIO DI BALDO
 
A fija ’ncionnita
Essela, tutto ’o giorno ’e mane ’n zeno,
tutto ’o ggiorno, ’e manacce sopra ’a panza;
io, pora matre, manno ggiò ’o veleno
che me fa da minestra e da pietanza!
 
Ma si cce metto ’e mane! Si tte meno
brutta ’ncionnita, magn’e dorme, scanza
fadica, sconterà quillo che ppeno;
e ’e pene mie pe’ tti, già so’ abbastanza.
 
Sti’ a ccasa e tte degnèssi a mmove ’n getto,
va a ’a Mola e perdi ’n panno a ttu’ sorella,
cammini e cciacchi, o ’ntruppi e pij de petto.
 
Va’ a pià l’acqua ’a funtana e butti ’a conca,
lavi ’i piatti e mme sfasci ’na scudella…
te pòzzin’ammazzatte; e cche si’ ccionca?
 
Manco è da dì, che, forze, è ribbambita
p’ ’a’ more e apposta fa quarche straverio.
E cchi vo’ che sse pia ’sso cimiterio,
’ssa brocchela, ’ssa torza, ’ssa ’ncionnita?
 
Arzete, jamo, smovi ’n po’ ’ssa vita,
sindò me te fa ddi’ quarche ’mproperio,
armeno fussi scema, ma sur serio
cossì saressi, armeno, compatita.
 
Ma a vedesse ’ssa sorta de regazza
che pe’ falla sta’ su ce vo’ ’a chiavetta
pe’ caricalla comme ’na pupazza!
 
Io, fija mia, so’ stufa, to ’o so’ ditto,
vo’ fa’ comme te pare? ’N vo’ da’ retta?
Aho, ma cchi te ’ncucchima? Bombitto!
 
(straverio: mattana; chi te ncucchima?: chi ti dà retta?)
 
ALDO ONORATI
 
A ricetta de Spiccialetti e Sgummarello
 Spiccialetti m’ha scritto u scartabello
de medicine che nné pozzo più,
ha scuperto che c’è ’n tinticarello
nde o gargarozzo che va giò e su.
 
Po’ m’ha ditto che tengo o duodenale
co’ na luggera grossa comme ’n cecio,
e caràttole e po’ o peritonale,
e meroide, i fonghi e ’n occhio becio.
 
So ito da Bettino ’n farmacia,
me so crompato i ntruj e so rescito
co’ na sporta de scatole: a scansia
me so jempita e puro ’n aro sito.
 
Sentime a mmi – ce dice Sgummarello
mezzo bevuto e co a lengua mpastata –
mo te guariscio io, compare bbello,
te ggiusto culo, stòmmico e pajata.
 
Pe guaritte e meroide ce vovo
du’ treschieri de persica, ’n par d’ova
sbattute co’ du’ gocce d’ojo novo:
te ce fa ’n semicupio: arecchia e prova.
 
Pe l’occhio becio ce vo a capomilla
riccorta a sera e messa a la serena,
dà retta a mmi e vedi de fenilla
co’ Spiccialetti: quillo te sderena.
 
Bulli tutto pe’ ’n’ora, fa i bagnoli
co’ na pezza pulita e stacce ’n pò;
doppo cciacchi tre etti de pignoli;
sfragni tre vicchi d’ajo mapperò.
 
Sta ricetta è ’na mano santa, bbada
de méttice ’n criettello de panonto,
du’ sparmate de lardo e marmellata,
sale, sellero, erbetta, e chiudi o conto.
 
Doppo cchiappi o bugale e va o tinello,
piji ’n crio de cacchione e marvasia,
mmischi tutto e smucini a o tigamello
e ’n ce fa ddì nemmanco avemmaria.
 
Comme te scenne ’n corpo sto pappone,
te senti ariffiatato e ssì più tosto.
Doppo ’n par d’ore sti a culo pezzone
a scureggiatte l’urtima e sti a pposto.
 
Guardime a mmi: nun tengo mai ’n dolore,
mmanco ’na cacarella. M’avo ditto
che tengo ’n soffio o ’na trombetta a o core.
 
Io o soffio o tengo a o culo! So risposto
co’ na scureggia, e quillo è stato zzitto.
 
Si bbigna ì su all’arberi pizzuti,
nun c’è dottore che te pò sarvà,
ma nun te mori si tié da campà.
E quisto o savo puro i sordi e i muti.
 
(luggera: ulcera; pajata: intestino; bagnoli: impacchi)
 
 
Autori
Crollari Augusto, poeta di Albano, è autore di Li soprannomi d’Albano (1903). Ha pubblicato le raccolte poetiche Li lamenti de Fra’ Luigi Sabbatini e Er Tranve elettrico de li Castelli Romani.
Di baldo Biagio, poeta di Albano.
Onorati Aldo (Albano Laziale 1939), scrittore, narratore, poeta e saggista, oltre a dedicare interi romanzi alla sua terra, ha compiuto studi di antropologia culturale e di dialetti comparati. Fra le sue opere: Lettera al padre, La saga degli ominidi, Nel frammento la vita, L’olocausto degli ominidi, Rivisitazione, ’O Capeschiere (importante documento filologico sul dialetto di Albano), Albano Addio.
Pieroni Daniele, poeta di Albano suoi testi poetici sono pubblicati nel libro ’N crietto de sale di Michela Durante.
 
Bibliografia

Crollari, Augusto, Li soprannomi d’Albano, 1903.

Crollari, Augusto, Li lamenti de Fra’ Luigi Sabbatini, Albano 1905.
Crollari, Augusto, Er Tranve elettrico de li Castelli Romani, 1906.

Dori, Nino, Avavo quanti ne vevo… e quanti se ne vavo – Poesie in vernacolo albanense, Albano Laziale, 1999.
Dori, Nino, Onorati, Aldo, Sirilli, Giorgio e Torregiani, Piero (a c. di), Vocabolario del dialetto albanense, Albano Laziale, 2006.
Durante, Michela, “I dialetti dei Castelli nel Ghetanaccio”, Tesi di Laurea in Dialettologia a.a. 2000-01, relatore prof. Ugo Vignuzzi. [Consultabile presso Biblioteca di Marino.].

Durante, Michela, ’N crietto de sale. Ghetanaccio parla arbanese, Comune di Albano Laziale, 2006.

Onorati Aldo, ’O Capeschiere, 1988.

Onorati Aldo, La sagra degli ominidi. L’olocausto degli ominidi, Roma, Sovera multimedia, 1990.
Onorati Aldo, Albano addio – Mille soprannomi dimenticati e da non dimenticare, Albano, Corrado Lampe Editore, 1993.
 
Webgrafia