16 -CAMPAGNANO DI ROMA

Campagnano di Roma (270 m slm – 8708 ab., detti campagnanesi). A 33 km a nord di Roma, sulla via Flaminia, a ridosso del Monte Razzano, ad est dei Monti Sabatini. Il nome ha una derivazione geografica riconducibile alla regione Campania, la cui popolazione sarebbe stata deportata nel territorio dai Romani. Ma più realistico è metterlo in relazione con personaggi di rango senatorio dal cognomen Campanianus.
 
IL DIALETTO di Campagnano di Roma:
  1. I vocabolari e le grammatiche
Le nostre radici è un singolare libro cui hanno collaborato bambini dell’elementare e adulti di Campagnano, attraverso interviste, racconti di adulti e anziani del paese. L’esperienza è stata raccolta in un volumetto nel 1999 curato da Dionisio Moretti ed Elisa Galassetti, dal quale abbiamo estratto questi termini:
appuntato (chi va adagio), arquiglio (erba tenerissima), barzò (all’infuori, sporgente), battilonza (tagliere), bertone (amante), brucila’ (scansati), callalessa (castagna bollita; pugno), callanza (tracotanza), camarone (scapolone), camarro (bue vecchio e inabile), capezzola (capezza per asini), cavallo ribbuttato (maldomato, pericoloso), cecarola (torcia), combinazione (sottoveste), frasta (vattene!, esci fuori!), frocella (fuscella della ricotta), gaggia (gazza), gargottara (azienda disordinata), garufente (brutto, miserabile), gatto (porzione di terra lasciata a sodo), ginestrone (indigestione), guainelle (carrube), guittone (fannullone), inciarmare (abbindolare), laghena (sfoglia), lescolo (vermicello utilizzato per la pesca), levatore (luogo in cui si mettevano a lievitare le pagnotte di pane), lìlleri (soldi; senza lìlleri nun se làllera), maraccio (roncola), mommera (dispregiat. per testa), mprone mprone (prima di uscire), ’nzaravojo (imbroglio, scarabocchio), o snì o snà (o sì o no), quadrara (fosso), paccasecca (schiaffo e, in genere, cosa forte e bella ragazza), palazzinzola (altalena), palleparate, a (aspettare a lungo), papame (pianta di papavero), pappazziolo (piccolo uccellino petulante), pappolaro (abile a raccontare frottole), paravaga (tetto bucato), pentecana (vulva), pedicone (tronco), pezzolicchio (pezzo di legno da ardere), pezzola (parte essenziale della mazzafionda), pìola non pìola (campa o non campa), pisciarello (ghiacciolo), polacca (antico modello di giacca), portuciano (tappeto), posteme (dispiaceri), rilli e carilli (cade o non cade), rocchiaquarti (scorciatoia; sito scosceso, dirupi), rubbio (porzione di terreno, circa 2000 mq), sartapicchio (grillo), scazzafrulla (girare senza meta), sdenociato (tritato come le noci), sesmarino (rosmarino), sorota (zeppa per trattenere botti o veicoli), spicciatore (pettine), spannolisce (sbadiglia), stramucione (pesante caduta frontale), torototò (grande imbroglio, confusione), uscia! uscia! (espressione infantile per sottolineare un errore di un coetaneo), zaurro (uomo da poco, malandato), zengo (persona malridotta), zirlivarli (cianfrusaglie, gingilli), ziro (contenitore).
 
  1. I proverbi e i modi di dire
Scelti da Le nostre radici di Dionisio Moretti, alcuni proverbi e modi di dire di CAMPAGNANO:
È mejo piantà un macchione de roghi (rovi) che nasce ’na fija femmina; Se senti sparà i cannoni de Cesano, er tempo peggiorerà mano mano; Quanno piove a Monte Foiano pia la zappa e va a Campagnano; A Natale tutti li culi cacheno uguale, da Natale in là c’è chi caca e chi non po’ cacà; Lo merlo che lo spizzica lo fico lo porta sempre lo becco smelato; La moje che risponne a lo marito lo porta sempre lo muso acciaccato; Chi ci ha un secchio de quatrini sempre conta, chi ci ha un secchio de corna sempre campa; Quanno l’asino fiotta se vede che poco peso porta; Chi va a potà l’uva co la pappardella, va a riccoje co la canestrella; Chi gira lecca, chi sta a casa se secca; Quanno se fa buio a Sant’Oreste, posa la zappa e bassa le veste; Formello vecchio e Sutri antico, ce stai cent’anni e nun te fai un amico; A Campo Morto chi ha ragione ha torto; A Conca la legge è la ronca!; Chi carga (a briscola) de mano o è de Formello o de Mazzano; Chi gallina nasce in tera ruspa, chi nasce puzzolente sempre puzza; L’amici so’ li piselli (soldi); La tera de la valle te fa calà le spalle. La tera de collina te rosica la schina; Lo pane dell’artri ci ha sette cocce e la più dura è la mollica; Pelo rosso e pecora pezzata, tajeje la capoccia appena nata; Pesa più la penna che la pala; Se nun vòi ’nvità ’n’amico, carne de capra e legna de fico!; Potessi’nna a banno come li callari sfasciati; Te do du paccasecche; Era mezza scinigata; Nun je dà azzico se no se pia callanza (non dargli confidenza altrimenti diventa arrogante); Giuppe, suppe, lappe, lippe; nun po’ batte somaro e batte sella; S’era un fico bono te lo magnavi tu!.
Esempi di intercalare tipico campagnanese con altri modi di dire: Er Cicala: ’O linguaggio nostro campagnanese è fatto così. Si fatte conto na nonna ’eva da fa un comprimento a un nipote, so strigneva ddosso, o guardava là a lo mucio e je diceva: te pozza piatte ’n corpo, quanto sei bello, mucio de porco! Pozzi arde quanto te vojo bene, fijo de na…”.
 
  1. I toponimi e i soprannomi
Una filastrocca con soprannomi di CAMPAGNANO: Primetto, gaggichecca; Secondo, l’occhialone; Terziglia, la sorella; i Quattro, aprilanti; Quinto, ’o mazzanese; Sesto, Patini; Settimio, ramoraccia; Ottavio, Pallucchini; Novembre, lo mese dei morti; Decio, lo bavoso. E nomi delle contrade da La leggenda del Sorbo nel Parco di Veio.
 
  1. Canti – filastrocche-indovinelli – giochi – gastronomia – feste&sagre-altro
Feste e sagre. Festa Sant’Antonio Abate (17 gennaio). Processione del Lunedì dell’Angelo: pellegrinaggio al Santuario della Madonna del Sorbo. Sagra del Baccanale (ultima domenica di aprile e 1 maggio): vino Baccanale e carciofi. San Giovanni Decollato e San Celestino (29-30 agosto). “Le bancarelle”, ultima domenica del mese: mostra-mercato dell’antiquariato. Grande mercato d’autunno (metà ottobre).
 
4.1 Canti
Un canto della mietitura da Le nostre radici:
Ninetta Nasibù, là a Campurciano / la fecero ’na quarta de sementa / e naveno a streppà così lontano / pe fanne una bona de sementa. / Lo mozzone nun tajava / e ogni tanto lo ’mpietrava / e pe streppà / ce misero otto giorni a tribbolà.
Son diverse le canzoni legate alla vendemmia e alla festa del Baccanale, questa è tratta tratta dal repertorio di Luigi Piersanti: A Campagnano ner mese d’Aprile, viè fatta ’na gran festa popolare / carciofeni alla brace da arrostire, / proprio con gusto se ponno magnà. / Campagnano, ber paese, gente affabile e cortese / cuori amabili e sinceri porta amore ai forestieri. / Accorete voi romani e paesi più lontani, / passerete ’na giornata de vita beata. / Poi c’è un corso dritto e bello che a vedello è un ber modello / dove fanno la sfilata le ragazze a passeggiata. / Per le donne che rinfresca lo gelato de Bottecchia / per caffè sono precisi da Secondo de Narcisi. / Accorete voi romani e paesi più lontani, / passerete ’na giornata de vita beata.
 
4.2 Filastrocche, indovinelli, invocazioni, scongiuri
Una filastrocca che si cantava toccando uno alla volta le dita dei piedini dei bimbi: Piso, pisello / colore così bello / del Santo Martino / che piana sulla scala / la scala del pavone, / la penna del piccione / che gioca a piastrella / col figlio del re, / alza piede che tocca a te, / alza piede che tocca a te, / alza piede che toc-ca-a-te. Quest’altra si cantava ai più piccoli girando le mani: Pompa, pompara / le donne vanno all’ara, / vanno a raccoje la conciatura / quant’è bella ’sta
creatura.
Da Le mie radici gli indovinelli: Ci ho una cosa: / chi la fa nu la dopra, / chi la dopra nu la vede. / Che cos’è? (La bara); io vò sull’orto, / ce trovo un frate morto / je arzo su la tonaca e je se vede lo grittocco. / Cos’è? (Il carciofo); io ci ho un prato che è tutto insorchettato / nun c’è passato un bue e l’aratro. / Cos’è? (Il tetto); io ci ho na pianta arta come na casa / me fa cacatelle come na capra / nenè, nenè / indovina che è? (L’ulivo); chi ce l’ha, ce l’ha / chi ce l’ha la porta sotto / chi un dito, chi du dita, / la più lunga è quattro dita. (La sottana); trottolin che trottolava / senza gambe camminava / senza culo si sedeva / trottolin che cosa era? (Il sasso).
E uno scioglilingua: sono andata al candeto, ho tagliato una canda e mi sono tagliata un deto.
 
4.3 I giochi
Afferma Dionisio Moretti in apertura a La leggenda del Sorbo nel Parco di Veio:
Come si fa a non voler bene al dialetto?! Ha accompagnato la nostra infanzia, i nostri giochi. Fionda, scupidù, tajola, pippiringhello, sartalamula, mucio, muciata, stramucione, non sono soltanto termini evocativi ma esprimono magnifici spazi di vissuto.
Sono emblema di quando si giocava con ‘niente…’, quando i giochi si rintracciavano nel cervello e nella fantasia. Tutto era utile per giocare: un filo d’erba, un sasso, una breccia, un pezzo di legno, uno spago, una corda, o semplicemente ‘quattro cantoni’. Un pezzo di gesso per disegnare una ‘campana’, una boccata d’acqua ad una fontana per giocare a ‘schizzarella’. Quanto costa giocare a nascondino o a chiapparella?… Niente! Eppure il divertimento era totale! (…)
 
4.4 La gastronomia
Ricette di specialità locali sono presenti nel libro Le nostre radici.
 
5. I testi in prosa: il teatro, i racconti
Gli aneddoti del Padre Michele di Rodomonte Galligani, è una raccolta di raccontini, aneddoti e di personaggi di Campagnano, (seconda patria dell’autore che vi ha vissuto per oltre cinquant’anni): Mastro Gigi, Mastro Naticchia,
Mastro Orlando, sor Checchino, Marianello, Musicchio, Guerrino, Patoso, Frido, Bruno, Angeletta.
Dionisio Moretti, personalità poliedrica, animatore culturale, tenace ambientalista, poeta, si è cimentato in opere teatrali che traggono ispirazioni dalle leggende locali. Moretti racconta come l’ispirazione di Perle, perline e cocci di vetro (1987), rappresentata dal Teatro Stabile di Campagnano nello stesso anno, sia avvenuta su uno stimolo ricevuto di scrivere una storia adatta ai ragazzi della scuola. “La trama e i personaggi – spiega l’autore – ricalcano i motivi ricorrenti del mio scrivere che s’impernia su due momenti essenziali: la paradossalità delle situazioni e il ‘gusto del contrario’. Il primo si spiega da sé; il secondo tende principalmente a mettere in evidenza il duplice volto che nella vita hanno le cose, gli uomini, le loro azioni.” La fascinazione dell’opera di Moretti, secondo Aldo Puglisi, sta “in una sorta di semplicità umoristica con cui si esprimono i personaggi-maschera e in un magico riscontro con la realtà ricavata dall’immaginario o favolistico. In sé, conseguentemente, conduce a qualcosa di sacro. Sacro e rozzo sono opposti e per fascinazione coesistono… se non altro in arte!” Prima dell’epilogo finale la contrastata vicenda di Principe Buonissimo, Angelo Incantato, Principe Pazzo, Diavolo Fritto, Angelica, Cherubina e Bella Margherita passa attraverso l’emozionante prova del gioco della sedia a tre piri, posta sulla torre più alta del castello, cui dovranno sottoporsi i contendenti.
La leggenda del Lago di Martignano (2003), è un’opera militante in difesa di questa autentica perla della provincia di Roma che, insieme al Sorbo, Monte Gelato, Galeria, Castel d’Ischia, Belmonte e Roncigliano, costituisce un insieme di “luoghi di assoluta magia”. La passione civile per la sua salvaguardia è presente in tutta l’opera e si fa evidente nell’esposizione dei programmi elettorali degli amministratori locali che, non si sa per quanto tempo, consentiranno di trasferire “in eredità dei futuri abitanti dell’Etruria un’oasi naturalistica d’incommensurabile valore”.
La tenacia con cui Moretti insegue “disperatamente il mondo incantato” (sono parole sue) emerge pure in La leggenda del Sorbo nel Parco di Veio (2007). In essa, secondo Aldo Cardarelli, Moretti “cala il dialetto parlato nel territorio dove è fiorita la leggenda più cara alla gente di Formello e Campagnano, fondendo parole, gesti, canti, sorrisi, speranze, lacrime (che la comunità ha espresso negli anni) in un crogiolo inscindibile se ‘Là dove il sole fa il primo sbadiglio, tra asfodeli, scrofe e formelle’ sia sorta soltanto una leggenda ovvero la terra e il cielo abbiano – insieme – offerto qualcosa di più.” (La parlata campagnanese di Moretti, precisa Luigi Cimarra, è una varietà locale del natio romanesco).
Al centro della rappresentazione il Santuario del Sorbo e l’antica contrapposizione campanilistica tra Campagnano e Formello che Moretti analizza “senza alcuna acrobazia lessicale, anzi usando un divertente vernacolo, schietto e chiaro allo stesso tempo, enumera le nefandezze di coloro che hanno intaccato o come distrutto la bellezza di queste terre. I personaggi sono consapevolmente ingenui e ragionevolmente presuntuosi. (…) Recuperare la memoria del passato, interrogarsi sul futuro, agire nel presente, questo potrebbe essere in estrema sintesi il gioco dell’autore. Certo del fatto che l’identità è appartenenza, ci offre appiglio a cui legarci, sul quale riconoscerci collettivamente per coltivare, con ragionata temerarietà, la possibilità di riconquistare spazi collettivi, fatti di conoscenza, dialogo, incontri, condivisione, fino a intaccare le resistenze della politica, per trovare nuove strade per comprenderci e progettare insieme il nostro futuro”(Roberto Sinibaldi). Partendo da una filastrocca come quella della piccola Luna, in apertura dell’opera: “Palla, pallina, dove sei stata, dalla nonnina, a prendere il latte, con un piede, con una mano, sian da battere, allo
zigolozagolo, un bacino, un violino, tocco terra, tocco cuore, fiorellin d’amore, angioletto del Signore!…” interrotta dall’apparizione della Madonna che le ordina di andare alla terra vicina e di dire che vengano tutti in processione e che le erigano un tempio “dove chi verrà con fede bramo fargli grazia, e se non ti crederanno metti il braccio privo della mano dentro la tasca, recupererai la mano e sarai creduto”. Il tema de La leggenda del Sorbo è il contrasto delle due comunità che si addossano le peggiori accuse. “Il vicino – osserva Luigi Cimarra – viene così ad incarnare l’estraneo: deve essere esorcizzato. Sull’altro possiamo caricare, anzi scarichiamo, tutte le negatività e tutte le contraddizioni, anche le nostre; l’altro diventa la causa di tutti i mali, per lui la condanna, la segregazione, l’espulsione, l’annientamento. Anche questa volta la soluzione sembra venire dal trascendente, che si materializza nel santuario mariano del Sorbo. È la sacralità condivisa del luogo di culto che ricompone il contrasto, anche se non mancano reciproche accuse di appropriazione indebita, con l’interminabile contenzioso, che coinvolge le coscienze degli individui e mette in forse perfino il sentimento più profondo: l’amore”. Ma alla fine questo vince ed è la piccola Luna “che ha la chiave del dialogo che conduce il gioco delle parti fino all’esito finale. È lei che apre e chiude l’azione. È lei che schiude la vita ad un futuro”.
Ecco la parte in cui l’esito felice si concretizza.
Romito formellese: Ricordate cosa disse la Madonna al pastorello?… “Vanne o poverino alla terra vicina e da mia parte di’ che vengano tutti in processione e poi mi fabbrichino qui un tempio, dove chi verrà con fede bramo di fargli grazia”.
Luna: Avete capito di chi è il Santuario?!…
Abbastanza: Io penso ch’è sia de… la Madonna. È la Madonna che l’ha voluto lì su quel colle. E tu?
Favilla: Lo sai perché ti amo?… Perché sei un campagnanese capoccione ma sempre pronto a rivedere le tue posizioni e a riconoscere la ragione anche quando non sta dalla tua parte.
Abbastanza: E lo sai perché io te amo?… Perché… sei una formellese aspra! Etrusca mia! (l’abbraccia)
Favilla: Mezzo etrusco, mezzo falisco, un po’ e un po’.
 
6. I testi di poesia
Più là mio Signore c’è un melo (1972) di don Rodomonte Galligani è una raccolta di poesie in lingua, a carattere autobiografico che oscilla tra i temi religiosi e quelli legati alla sua vicenda quotidiana. Sonetti romaneschi è del 1992 (vent’anni dopo la raccolta in lingua). In essa, dice Rino Cenci:
don Galligani ha saputo trovare la giusta espressione dialettale, stemperando alquanto le inevitabili asperità del romanesco con delle inflessioni paesane senza tuttavia rinunciare al colore, alla immediatezza e alla espressività del dialetto di base, sicché il linguaggio
risulta scorrevole e gli argomenti piacevoli a leggersi e di facile intelligibilità.
Si conferma l’attenzione appassionata (già mostrata nella raccolta in lingua) del poeta per le piccole vicende della vita di tutti i giorni di Campagnano, che a un antro nu’ j’avrebbe fatto effetto, espresse in tante istantanee, “Er parucchiere”, “Er cane”, “Er callarostaro”. In altri sonetti irrompono gli affetti familiari. Ne “l’Innamorata” rivolge una preghiera alla Madonna perché protegga sua nipote che vo’ sposa’ ’n omo che ci ha moje e fij e che così l’ammonisce: Vergine Santa! Ma si tu lo pij, / er core nun avrà ’n’ora de pace! // (…) Tu te lo pij, ma senza er Sacramento / nun sarai la reggina de la casa, / ma solo er giocarello d’un momento. In “Francesca, la mia nipotina” s’incanta in contemplazione della piccola che: Comme ’r sole che sboccia ner mattino, / t’allaga co’ li baci, e scalla er core, / così Francesca: ninnolo divino, / pare la funtanella de l’amore. // Quell’occhi so’du’lagrime de stelle; / e le guance, du’ petali de rose. / La bbocca è la più dorce de le cose; / le perle de li re non so’ più bbelle. // E córe, e vola comme ’n uccelletto; / e casa è sempre ’n campo de battaja. / Quanno che dorme, pare ’n Angioletto. // Sognete, pupa mia. Sognete er celo, / li regni e li giardini de le Fate. / E brilla, e canta, e trema su lo stelo.
La natura si conferma perenne fonte di ispirazione sia nella neve che lentamente si scioglie (“La neve III”) e sia nel fiore preferito (“La Rosa”), che pare ditte: ‘Odoro e me consumo’. Le poesie, nella seconda parte, traggono ispirazione dal Vangelo, e sono gradevolmente narrate. Bella nella sua semplicità “L’Annuncio”:
Dar celo scintillante de le stelle / Gabriele scenne su la tua casetta. / Entra, Matre, se prostra, e poi s’affretta / de svelatte le cose, le più bbelle. (…) “Comm’avverà?” “Nun chiede tante cose! / Su Te, Maria, discennerà l’Amore, / comme er sole sur seno de le rose!” // “Ecco – disse Maria – io so’ l’Ancella; / e se faccia de me quer che tu dichi”. / E cominciava la favola bbella.
Ne “La chiamata”, nel 39° del suo sacerdozio, don Rodomonte rievoca così il suo incontro con Dio:
… me chiamassi (fioriveno vent’anni!). // E me facessi: ‘Annamo’! E comme Pietro / io t’ho seguito pe’ la lunga via, / cercanno sempre de venitte dietro. / La Matre tua divenne mamma mia. // Ma prima che ’ngaggiassi la battaja, / me dicessi: ‘Fijolo, te la senti? / La strada… c’è la bbreccia che te taja’. // T’arisposi. ‘Signore, tu lo sai. / Tu me conoschi, perché Tu m’hai fatto’. / E soridenno me facessi: ‘Vai’!
Dionisio Moretti, autore di Provincia o non provincia come vuoi (1989) e Veleno (1994), pone al centro della sua poetica (e lo dichiara nell’introduzione alla prima):
il linguaggio della strada che trae spunti sostanziali da una cultura schiettamente popolare non solo di Campagnano ma di un mondo contadino che si esprime attraverso i propri valori costituiti da una vita fatta di sofferenze, spesso stenti, umiliazioni ma anche forza, rabbia, ostinazione, ironia, solidarietà e talvolta eroismo. Un linguaggio mai a sé stante ma costantemente aggrappato alla cultura di chi è abituato a non aspettarsi nulla dalla vita se non dalle proprie braccia e dai pochi amici.
Nella I parte, “Der popolo”, prevalgono gli accenti satirici e sarcastici: nei confronti dei “Grand’omini…”
gente / che sta a combatte lì ’na vita sana / tutti li santi giorni d’ogni anno / tutti li giorni d’ogni settimana, / piazzati lì davanti a quello buco / a salutasse quasi pe’ sentenza, / senza scambiasse un pizzico de stima / così, solo pe’ dasse più importanza; // e s’agitano, lavorano, s’affrettano, / comprano, vendono, se litigano l’apparti, / p’avecce mille lire più de ’nantro / o solo pe’ sentisse un po’ più arti… dell’assessore smanioso di fa quarcosa in senso culturale a Natale e quindi avanti con l’organizzazione ner santo giorno di ’na bella donazione, e di una festicciola al centro anziani (bisogna per lo meno daje atto / ch’er problema dei vecchi l’ha risorto / con pomeriggio da le due a le quattro), oppure di quel piccolo vacuo mondo di paese perso nelle sue mode, nelle sue convenzioni che popola la poesia “Provincia o non provincia come vuoi” da cui il titolo della raccolta. Quella provincia con le fettuccine, le processioni, i commercianti avidi, gli assessori subdoli, i vecchi
… seduti sulle porte / stan lì giornate sane / ch’aspettano la morte / e danno fieri agli altri / consigli di decoro / in modo che si viva / e muoia come loro!, nella quale ora il paese cresce / si espande a dismisura / sopra le rovine / dell’agricoltura / con qualche furbacchione / che trova sempre sbocchi / ad ogni situazione / nel mondo dei balocchi / il bene sia di tutti / a tutti si conceda / ai ricchi la ricchezza / agli altri Castaneda! // È questa la provincia, / signori la campagna / coi fiumi intossicati / e l’arida montagna
/ i partitini anemici che / lottano tra loro / offrendo un idealuccio / o un porco di lavoro…
Qua e là amare considerazioni sulla grigia esistenza (“E non potrà finire il sole”: E quanto è triste / questa ridicola prigione / che giorno dopo giorno / ci costruiamo / con le nostre zampacce), anche se la vita è bella nonostante la grettezza delle persone (“Incontri”) perché ce sta pure il mondo / de chi lo vo’ diverso / de chi ce crede ancora / pure se prima ha perso / e se scioie davanti / ar sole che va via / perso dentro l’immagine / de sta poesia. Di illusioni e disincanti è colmo l’originale canzoniere della II parte del volume “Degli amori” che si apre con un congedo ad una donna cui si è dato corpo ed anima. Adesso “ore 6.20”: e si va’ bene, mo’ ce salutamo, / amore e pace oppure solo amore! Di nuovo pene d’amore in “Ancora voglia di cantare”:
Curioso, ma ’sto stormo de comete, / ch’avrebbe tempestato il mondo sano / è svanito come ’na scatola de prosperi / che un ragazzino s’è trovato in mano. // E manco è strano, perché è ricapitato, / che un sogno che sembrava già destino, / entranno nella notte da uragano / sfumava co’ la nebbia der mattino.
Ciò che caratterizza (lo dice lui stesso) la sua visione e le storie più personali “è appunto questo considerare le componenti della vita quali l’amore, l’amicizia, il benessere come ‘doni’ che puoi avere ma anche non avere. E se non si hanno ‘zum pà pà’. Ossia, non fa nulla. Se non si può se ne fa a meno. Non rassegnazione o rinuncia ma presa d’atto dell’oggettività delle situazioni insormontabili proprio perché costringono e pregiudicano l’espressione spontanea della nostra individualità”.
“Zum pà pà” è il titolo di una delle più significative poesie della raccolta, riportata nella nostra Antologia. Tema: “di quando ci s’innamora di una fanciulla. Di quanto è importante non innamorarsi delle fanciulle”. Alla pessima abitudine di innamorarsi è invece dedicata la poesia “L’amore ma che…”. In “Turbamenti” è la fine di un’altra vicenda:
… E allora è chiaro che ce resti male / se quell’amore che sapevi eterno / perché era grande come lo è l’amore / te crepa come un morto a fine inverno. // Perché sta vorta tutte le incertezze, / i dubbi, le perplessità, il timore, / non c’erano per niente perché questo / perché stavorta questo era… l’amore. / E non te sembra proprio sia possibile / visto che l’intimità non è poi poca / capì che la fanciulla s’è turbata / e sotto sotto la fanciulla… gioca.
Deliziosa è “Ispani agosto 1982”: Il mare è bello / la luna brilla / la gente balla. / E tutto cjà er sapore / de ’na bolla!
Veleno è il titolo della seconda raccolta di D. Moretti che, dopo cinque anni, si riconferma poeta di indubbio valore, che alterna disinvoltamente i registri ironici, satirici, narrativi, lirici modulandoli con sapienza e proseguendo in quel lavoro di scavo interiore e di documentazione dei mutamenti delle cose in quel pezzo di provincia chiamata Campagnano. Nella sezione “Veleno” descrive il personale politico con cognizione di causa, esprimendo una motivata indignazione per soprusi ed ingiustizie.
Vedere ad es. “I padroni di Campagnano”: Giù a Baccano, / ce l’hanno rimesso in mano / i padroni di Campagnano; oppure “Li ladri d’arto rango”:
Hanno fregato il popolo da sempre / dando i nomi secondo convenienza: / se scopa una qualunque è ’na mignotta, / se monta una de essi “fa esperienza!” // Davanti a ’si zozzoni d’alto rango / Cristo non ebbe nessun disappunto: / non scrisse cento Codici ma disse: / “Settimo, non rubare. Punto!
In “E chi l’avrebbe detto compagno Che Guevara” denuncia i pratical compagnucci, / politici di professione, / mestieranti d’ogn’ora / e d’ogni occasione. / Dediti a pontificare / su qualsiasi attrito, / ai propri interessi / e talvolta al partito. // (…) E chi l’avrebbe detto / compagno Che Guevara / d’essere usato a paravento / di una gretta cagnara. / Farfugliosa, impotente, / colma d’albagia, / particolarmente rabbiosa / contro la… filosofia.
Sorprendente, ma pienamente giustificata, di fronte ai disinganni di amici e compagni d’un tempo, al termine della sezione la rievocazione dell’agonia di Cristo:
…Giuda sarebbe a poco ritornato / e a lui salì l’angoscia su nel cuore / come se fosse stato un omo-omo / e non il figlio del Massimo Signore. // “Rimoveme sto calice – disse – Padre! / O se proprio sta cosa vòi che sia, / che t’ho da dì, sappi che s’è fatta / la volontà tua, no la mia!
Nella II sezione del libro (“Della realtà”) Moretti riconferma molte poesie apparse nella precedente raccolta (che mantengono una loro consistenza). Lo stesso vale per molte di quelle della terza sezione (“Del sogno”) che però, in cauda venenum (in fondo il veleno), si chiude con due brevi poesie, la favola triste “Seguiva”: Seguiva un cavallo blù, / il cavallo bianco del mio amore. / Un calcio al viso / il gelo al sangue / e un C R A C K lento / al cuore. E in chiusura “Senza”: Senza speranza / amavo / una stronza. Una stilettata che dà una risposta, forse, al sottotitolo di Veleno che recita: Ovvero: chiedilo a Paoletta.
 
Antologia
DIONISIO MORETTI
 
Zum pà pà
Il tempo non si ferma
e non si fermerà,
chi ha avuto
ha avuto, ha avuto,
chi ha dato
zum pà pà.
 
D’amore non si muore
o forse chi lo sa
ma anche se si muore
io penso
zum pà pà.
 
Ce stanno certi occhi
che io me ce ne moro,
te fanno venì i brividi,
ce vò parlanno solo.
So’ fatti estemporanei,
cose de un momento,
pure se in qualche modo
te danno turbamento.
Me piace st’emozione
e me metto a pensà.
 
Immagina te stesso
che dietro an tavolino
cominci a fatte fori
qualche parmo de vino.
Dopo due-tre bicchieri
e chi te po’ di’ gnente?
Capisci tutto tu,
te senti onnipotente!
 
Ma dopo un po’ lo vino
diventa più sicuro,
te dà più confidenza,
te ’ppoggia addosso an muro.
Poi viè l’urtimo goccio
che te po’ ’mbriacà:
allora lasci perde
oppure
zum pà pà.
Ma tutte le questioni
le forgia lo pensiero
te po’ fa vede bianco
quello che forse è nero.
Te fa conosce er sole
quanno non puoi più averlo
ma te lascia la smania
futura de incontrarlo.
 
Quest’ultima quartina
me pare che non va
e poi pure se ’nasse
è mejo
zum pà pà.
 
Così per il finale
scriviamo vagamente
ch’è mejo quer che piace,
quer che non piace niente.
Se tutto ce va storto
se po’ sempre addrizzà
e poi se non se addrizza
me tengo
zum pà pà.
 
Cenni biobibliografici
Moretti Dionisio, nato a Roma nel 1955, vive e lavora a Campagnano di Roma. è stato presidente del Parco di Veio. è autore di numerosi libri di poesia, prosa e teatro; tra questi: Perle, perline e cocci di vetro (1987), Provincia o non provincia come vuoi (1989), Il lago di Martignano una perla tra i Monti Sabatini (1990), Veleno (1994), La leggenda del Lago di Martignano (2003), La leggenda del Sorbo nel Parco di Veio (2007).
Galligani Rodomonte è nato a Nepi (VT) nel 1917. Ordinato sacerdote nel 1941, ha lavorato fino al 1988, per oltre 30 anni, presso la Cancelleria apostolica del Vaticano. Dal 1952 si è recato, per lunghi anni, ogni domenica a Campagnano per esercitarvi il ministero sacerdotale. è stato redattore delle riviste “Latinitas”, “Eco dell’Arte” e “Trinitas”. Sue poesie sono state pubblicate su “L’Osservatore Romano” e “Vita Palatina”. Tra i suoi scritti molti sonetti romaneschi, una raccolta di aneddoti ed uno studio su Lutero.
 
Bibliografia
Moretti, Dionisio, Perle perline e cocci di vetro, Roma, Il Ventaglio, 1987.
Moretti, Dionisio, Provincia o non provincia come vuoi, Roma, De Cristofaro Editore, 1989.
Moretti, Dionisio, Il lago di Martignano una perla tra i Monti Sabatini, Roma, De Cristofaro Edit., 1990.
Moretti, Dionisio, Veleno, Roma, De Cristofaro Editore, 1994.
Moretti, Dionisio, La leggenda del Lago di Martignano, Campagnano di Roma, s.e., 2003.
Moretti, Dionisio, La leggenda del Sorbo nel Parco di Veio, s. l., Ente Regionale Parco di Veio, 2007.
Luciani V. e Faiella R., Le parole Salvate. Dialetto e poesia nella provincia di oma: Litorale norde, Tuscia Romana, Valle del Tevere, Roma, Ed. Cofine, 2010
 
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