117 -VELLETRI

Velletri (332 m slm – 48236 ab., detti Velletrani o Veliterni – 113,21 kmq). A 39 km da Roma, alle pendici meridionali del monte Artemisio, all’estremità dei Colli Albani e alla sinistra del lago di Giulianello, fra il fosso di valle Caia e il fosso di Anatolia, presso la sorgente di Faiola.

 
IL DIALETTO DI VELLETRI: Il velletrano.
È stato oggetto di interesse fin dal 1907 nell’importante saggio dello studioso Giovanni Crocioni che ne ha fatto il modello principale sul quale confrontare Le parlate delle zone confinanti. Poi per circa un secolo non vi è stato più nessuno studio fino a quello che il prof. Ugo Vignuzzi definisce il “caso” Roberto Zaccagnini il quale ha fornito una grammatica ragionata del velletrano e un vocabolario, a coronamento di 12 anni di laboriosa ricerca, nel ponderoso volume di 332 pagine Il dialetto velletrano – Grammatica ragionata e Vocabolario etimologico la cui prima parte consiste nella Grammatica con elementi di fonetica, sintassi, etimologia e semantica. Nella seconda il Vocabolario consta di 1313 voci con derivazioni, locuzioni ed usi (è stato poi arricchito di altri 192 termini nell’edizione del 1994).
Il prof. Vignuzzi, considerato uno dei maggiori esperti dei dialetti centromeridionali e di dialetti laziali nella presentazione del libro evidenzia come l’opera costituisca “una gradita sorpresa, e una concreta novità nei procedimenti di descrizione di qualsiasi dialetto laziale. Un’opera che rappresenta un modello nel suo genere, da far conoscere e da proporre all’imitazione”.
 
  1. I vocabolari e le grammatiche
Da Il dialetto velletrano – Grammatica ragionata e Vocabolario etimologico di Roberto Zaccagnini ecco una scelta di termini:
àffito (soffio del serpente in assetto di difesa, che si crede abbia effetto malefico; da cui il detto iettà l’àffito, detto del serpe che affascina l’usignolo o della donna che affascina l’uomo), allùcco (abitante delle contrade montane del limitrofo comune di Lariano, secondo la definizione dei velletrani, con riferimento ai suoi richiami gridati – dal verbo alluccà: gridare – da un colle all’altro), ammerdonì (di frutto che sta per guastarsi prima di giungere a maturazione), annecitìto (cresciuto poco e male, rachitico), cacciùno
(cucciolo di cane), cafariéllo (rivendita di vino proprio, con licenza provvisoria, con locale per la consumazione, di ordine inferiore alla bettola, spesso sotterraneo o fornito di grotta per la conservazione del vino), cainèlla (carruba), calatóra (vialetto di campagna in discesa), càledro (“avena fatua” o avena selvatica, molto nota ai ragazzini che per scherzo o per dispetto usano lanciarsi addosso le spighette: il numero di spighette rimaste attaccate agli abiti, equivale al numero di mogli che al ragazzo viene per scherzo pronosticato. Un piccolo cappio praticato all’estremità del fusto lungo ed esile viene usato dai monelli per catturare lucertole), canìcoglia (favilla), cannàta (rustica brocca panciuta di terracotta, con manico e becco, per tenere il vino in tavola o mescerlo dalla botte), cavétta (squadra, gruppo di poche persone preposte a un lavoro), cèrne (accecare, togliere la vista, contrario di scèrne; cèrnese sopra i libbri: studiare molto; ’a fame me cèrne: la fame mi annebbia la vista), ciàccia (fango, melma; voce onomatopeica dal rumore del fango calpestato: cià-cià), cìcchete ccìcchete (ballo popolare velletrano simile al saltarello), cìfoglio (fischio, e il fischiare, o lo strumento per farlo), cugliognùdo (varietà di piccolo fico, che si mangia con la buccia; fig. persona inesperta, novizio, ultimo arrivato proprio come la varietà del fico), faóre (falò), fàrgo (falco; rif. a persona: contadino e per estensione a chi parla e/o agisce rozzamente), filamarìa (specie di piccola farfalla, un tempo molto nota ai monelli che, per crudele divertimento, le infilzavano un sottile sterpo nell’ano per godere dello spettacolare, ultimo disperato volo), guèro (animale maschio allevato per la riproduzione della razza e quindi atto alla monta), itèrza (l’altro ieri), lànga (languore; sia la fame che l’indolenza fisica che può derivarne, anche quella che dipende da una fame atavica), màfero (nel linguaggio familiare: sedere, culo, spec. abbondante), mónneglio (fruciandolo, lunga asta con panno bagnato sull’estremità per raccogliere residui di cenere e brace nel forno), montàno (frantoio), novìna (seme di zucca: novìna de cocozza), pallétta  (gassosa, nel gergo d’osteria, così detta per la pallina contenuta nelle bottiglie di bibite gassate che, prima dell’uso del tappo a corona, serviva per la chiusura ermetica essendo spinta dal gas, a bottiglia piena, nel collo), pampanàzzo (papavero), pàmpena (parlantina fluente ma fastidiosa, noiosa e inarrestabile), pèndima (terreno in pendio sulle rive dei laghi), pénto pénto (per un pelo, per poco, per un minimo; camminà pénto pénto a ’o muro: camminare accostato al muro), pettorìna (salita aperta, esposta, in posizione frontale specie riguardo al sole), pòste (donne clienti del negozio), pozzàga (pozzanghera), precòcola (albicocco e albicocca), prìvito (terreno di proprietà esclusiva di chi lo occupa), prungaccìno (qualità selvatica di prugna, di piccole dimensioni), prussia (giacca di lavoro dei contadini, abbottonata fino al collo), pùzzica (formica che si annida sotto la corteccia degli alberi, detta volgarmente rizzaculo), quotogliasse (il leggero muoversi e lo stiracchiarsi che accompagna il risveglio e anche lo scuotersi, rimuoversi, cedere a invito o pressione), rafagàno (persona rozzamente avara), ramoràccia (rafano, erba commestibile delle Crocifere), rapazzòla (giaciglio, letto povero), rasàle (viale di divisione tra campi o vigne), ràstica (vasta escoriazione; anche l’uccello Averla), rólla (porcile), ròsta (solco che si scava tra l’erba e nella terra per arginare le fiamme, prima di dar fuoco a un campo di stoppie o erbacce), sàntoglio (compare, padrino), sàrica (abito da lavoro dei contadini, come larga giacca di tela leggera color turchese), sbelà (cercare con le mani in una moltitudine di cose, tendendo verso il fondo e portando in superficie), sbincià (barcollare per stanchezza, sonno o ubriachezza), scacoglìto (di frutto molle per passata maturazione), scàfo (l’intero baccello della fava, dalla sua forma a navicella), scagnéllo (sgabello, scanno, e più propriamente il seggiolone dei bambini), scannafósso (ripida scarpata, come quella di un fosso), sciarrabbàlle (carro scoperto a quattro ruote, lungo, con sedili posti di traverso, schiena contro schiena, per il trasporto delle persone), scincià (disfare, scompigliare, riportare qualcosa come era prima di essere stata ordinata), scugliarcià (operare con la zappa sotto le viti o i capagnóli: intelaiatura a capanno fatta con quattro canne per farvi arrampicare piante dell’orto), sióccida (soccida. Contratto per cui una delle parti dà un bene produttivo, in genere bestiame, ad altra (sióccio) perché lo curi e lo faccia fruttare, dividendo poi i proventi secondo una percentuale stabilita), sorchétta (canna usata dai contadini per attingere piccole quantità di vino, come assaggio, dalle botti o altri recipienti, attraverso un’apertura stretta), sparatrappe (cerotto), spuntèrbo (pezza di pelle diversa sulla punta della scarpa o, meglio, striscia verticale di cuoio, a guarnizione posteriore della tomaia), staglià (saldare un debito), stàzzo (aia; a bevuta d’’o stazzo: l’ultima bevuta prima di andare via, cioè quella fatta sulla soglia di casa), stravèri (capricci, lamentele di bambini), sùsta (grossa corda di canapa, del diametro di quasi 3 cm per tenere fermi i barili sul carretto), temmeróne (burrone, scarpata, precipizio), tióccio (pezzo; tióccio de pa’: pezzo di pane), trìsto (solletico), trofìgna (puzzo, e spec. quello prodotto da putrefazione di sostanze organiche, quindi spesso quello proveniente per scarsa igiene delle parti anatomiche più soggette a secrezione e macerazione degli umori), tropèa (turbine di vento), ùglie (bollire), vaglióne (ragazzotto), varvazzàri (bargigli o pappagorgia), varvazzàle (il carico sul basto dell’asino o anche quello portato sulla testa o sulle spalle), vìroglio (largo e basso cesto di vimini, come vassoio usato spec. per esporre la frutta a seccare), vottavóne (grosso tombino di fogna o inghiottitoio per lo scolo delle acque, zammàmmero (cucciolo, poppante, sempliciotto o semplicione), zampétta (otre; pelle di capra o sim. tratta intera dall’animale e cucita a guisa di sacco per contenere liquidi. Era pure la quantità di vino che veniva regalata al carrettiere e serviva comunque per trasportare liquidi sul basto degli animali).
Il libro Raccolta di soprannomi e stornelli velletrani, dei padri Italo e Luigi Laracca, contiene anche un glossario di terminologia dialettale inerente i lavori campestri e alcune regole fondamentali per la potatura delle viti. “Questo supplemento – osserva Roberto Zaccagnini in La Letteratura velletrana – potrebbe sembrare bizzarro, ma non lo è se consideriamo che tutte le parti della pianta e tutte le operazioni di potatura impegnano una terminologia dialettale che esclude qualsiasi ricorso al nome italiano o tecnico o scientifico, esattamente come i soprannomi sostituiscono ed escludono i cognomi.” Ecco il repertorio:
Come è formata la vite – La vite è formata da: radiche, tronco, résico (è il càpito più corto che ha tre occhi; si lascia per l’anno venturo e non si spunta), testa (la parte più lunga dell’anno precedente – otto occhi), càpito, castellano (è la parte più lunga – otto occhi –- che si spunta). Per sistemare la vite: se spunta; se capa o càpito; s’agliccheno i càpiti; se levano i nepoti (si trovano vicino alla foglia del castellano càpito più lungo – e si tolgono); se scapocciona (il capoccione: si trova vicino al nepote e si toglie). Lavori di vigna, nel linguaggio dialettale dei contadini veliterni: se pota, se sfrasca, se sermenta e s’areccoglieno e cannacce, se scozza (prima vangatura), s’arifresca (seconda vangatura), s’aglica ’nganna, se piega, se rizzappa, se pizzica, se spiccia, s’agliegano i càpiti, se da l’acqua ramata, se ’nzorfa, se scapucciona, s’aricote (si rizzappa), se scugliarcia (ultima zappatura fine agosto), s’agliopina, se vennegna, se cogliono e glive.
2. I proverbi e i modi di dire
Lucia Mammucari è autrice di Discorso antico, una sapiente raccolta di proverbi, modi di dire e preghiere popolari velletrani, in cui appaiono massime tipicamente locali. Tra i proverbi e modi di dire suddivisi per argomenti, scegliamo:
chi de caglina nasce, ’n tera ruspa; a ’a vigna vacce, e a’ a bottega stacce (badare contemporaneamente a vigna e bottega); chi nun paga ’a mammana, paga ’o cerusico (chi risparmia non avvalendosi dell’ostetrica, dovrà ricorrere al chirurgo); ’a caglina cieca, ’a sera va pe’ ruspa (chi perde tempo, è costretto a recuperarlo in condizioni disagiate); co’ ’o poco ce se campa e co’ ’o gnente ce se more; ’a robba ’n è de chi s’ ’a fa, ma de chi s’ ’a gode; ce vònno ’e fave che dureno, no i confetti che scórteno.
Dal Vocabolario di R. Zaccagnini in Il dialetto velletrano, alcuni modi di dire: ’N’accòglie manco a Capanna Murata (detto di chi ha poca mira, essendo una delle prime grosse costruzioni in muratura della campagna velletrana); ce se batte capo; ’n ce se batte capo (ci si può o non ci si può ragionare); ’n so’ cianghe cheste da portà stuàli (non sono gambe queste adatte a calzare stivali; detto a chi vuole fare o apparire di più di quanto possa o sia); ’na cubbia de figli (una gran quantità di figli); fà’ palla ’n corpo (di cibo non digerito), magnà pane e ralle (cibarsi miseramente); comme Delicata de Rufèlla (persona di maniere rozze); ora scanata (parte del giorno particolarmente uggiosa, di scarso movimento); te dico àri e capisci stiàri (capisci fischi per fiaschi; stiàri si grida alle beste da soma per intimare l’alt, e àri, per la partenza); camminà tanghe tanghe (piano, senza fretta); ì pe técche tàvoglie (pagare di persona senza essere responsabile); ùssica aragliàto (estremamente arrabbiato).
3. I toponimi e i soprannomi
Per la topografia e toponomastica ci si può avvalere di tre libri: Stradario di Velletri – Con le mappe del centro e del territorio, a. c. di R. Zaccagnini; Saggio storico di topografia e toponomastica veliterna di Augusto Tersenghi (1930); La toponomastica di Velletri di Giovanni Crocioni (1901).
Secondo R. Zaccagnini
i vicoli del Pero, del Melo, del Fico, della Palma, delle Fratte testimoniano la preesistenza, anche nel centro urbano di orti o piccoli terreni coltivati; i vicoli della Gatta, del Gallo, dell’Oro, del Tesoro, del Pavone, del Merangolo, Pellicani, Della Chierica hanno preso il nome dalle famiglie dei signori Gatta, Gallo, Merangolo, Della Chierica che vi hanno abitato nel ’500 e delle famiglie Dell’Oro, del sig. Tesoro, della famiglia Pavone, del notaio Pellicano. “Vicolo nascovato” (nascosto nell’800, costituisce un breve braccio di una croce (quattro angoli) all’intersezione di due strade.
Tra i toponimi extraurbani segnaliamo: Contrada Capanna Murata (Alla fine dell’800 vi era una costruzione in muratura, unica in una campagna dove si abitava nelle capanne); Contrada Carbonara (presenza di carbonaie a fossa); Colle dei Marmi (per il ritrovamento di reperti marmorei); Contrada Peschio (è una delle più alte del territorio montano. Nei toponimi centromeridionali, Pesco e Peschio intendono rocca); Contrada Ulica (per l’esistenza di una polla d’acqua con fontanile, si ritiene derivi da uglie (bollire).
Raccolta di soprannomi e stornelli velletrani, dei padri Italo e Luigi Laracca, contiene 2.054 soprannomi, 494 stornelli in terzina (tranne alcuni in quartina), più alcune strofette e indovinelli. Una scelta di soprannomi dal libro citato:
Asino strovito, Barbiere de muorti, Brigattiere dei sorichi, Cana patrassa, Carciofalaceca, Celo mprevurito, Chedechede, Cugliopezzuto, Deglicata de Rufella, Diavoglio asciutto, Guardacredenza, Labbrastirate, Leccalosangue, Lucco de macchia, Mezzafrocia, Minestra Fredda, Naso de pippa, Occa de menurella, Pisciapiano, Rosa ao naso, Settantabucie, Settefogliette, Sguenguero de Francia, Signoruccia vestita de nero, Sturba a gliuna, Vacca scodata, Zepponguglio.
4. Canti – filastrocche-indovinelli – giochi – gastronomia – feste&sagre-altro
Il 5 e 6 gennaio si festeggia la Pasquella, discesa della Befana su una scopa, sotto una nevicata artificiale. Il primo fine settimana di maggio, in occasione della Festa della Madonna delle Grazie, patrona della città, ha luogo la Processione dei ceri. Dal primo sabato di ottonre alla domenica della settimana successiva: Festa dell’uva e Palio delle “decarcie” (rioni della città). Il 23 novembre Festa di San Clemente.
4.1 Canti
Nell’opera di Antonio Ive Canti popolari velletrani: Raccolti e raccontati, l’autore, su un totale di 582 stornelli raccolti, dichiara che solo 349 sono sicuramente velletrani.1
Nella Raccolta di soprannomi e stornelli velletrani, dei padri Italo e Luigi Laracca, sono riportati 500 “stornelli a dispetto” dai quali citiamo:
Fiore de gniente / te manchenno li lacci a le mutanne / e si te movi non m’importa gniente; // Fiore de pippa accesa, n’mocca a ’n pollo / vattene via de qua sto pappagallo / chè te spediscio senza francobollo; // Bella che te piglia ’na peste / de rogna te ne venga ’na cratasta / cangrena malatia dolor de testa; // Fiore de noce, / i tabballari se so data pace, / i dammontari parleno sotto voce; // E quanno a S. Cremente voi c’iannate, / quattordici guarnelle ve mettete / piccolinella sete e grossa ve fate; // Chi dice che Lariano nun è paese? / le so contate io: so’ trenta case / della stazzione nsinente allo paese; // Addio Velletri mio, andò stai piantato? / vicino ’na pietra di marmoro fino, / andò passeggia lo mio ’nnamorato; // Ciavete l’occhi neri comme ’o pepe, / le guance rosse du’ carote, / fatevi grande che bellina sete; // Lo mio amore m’ha mannato a dine, / si se volemo ammascherane, / sabeto, domegnica, lognedine; // Noa semo de Velletri e tanto basta, / portemo la baretta a mezza testa, / chiunque parla glie facemo fa mosca; // Se mognica te fai, frate me faccio, / a ’gni convento che vai, te vengo appriesso, / tu porti lo cordone e io lo laccio; // Poveri taballari, morti de sonno / ’nsanno quanno è notte e quanno è giorno / pecchè hanno l’orilogio fatto de legno; // Poracci dammontari stanno svegli / coddì la notte ngegneno li quagli / da lo dolore strappeno i capegli.
Segnaliamo anche il tradizionale canto della Pasquella velletrana (vedere La tradizione della Pasquella (2006), di Roberto Zaccagnini, con relativo video

4.2 Filastrocche, indovinelli, invocazioni, scongiuri
“Quiete in famiglia” di R. Zaccagnini è ricca di contumelie e invocazioni:
– Ecco, no …, fa’ che ’n t’arivedo più / a fregà l’òrbo attorno all’ardarino, / che ’n ce levo e ’n ce metto, scegno giù, / te manno a cauci ’n cuglio a Sa’ Mmartino. / T’allento u’ lleccamuffo, e si so’ poche, / bbùscheno puro ’ss’atre dó’ vizzoche! / Ogn’anno quand’è maggio, sarvognuno, / tié’ da tremà che quando se fa sera / arivi ’n casa e tocca fa’ deggiuno: / tu te sta’ a torce, e essa sta ’n prechiera! / Massera che so’ trovo? ’Na rosetta! / Te pozzeno tiratte c’’a ciammetta! – / – Mó tu te sta’ a ’ncazzane pecché io / me so’ stufata a sta’ mort’ammazzata: / ’n esiste atro che ìssene a ’o starìo…! / Santa Madonna mia addolorata, / a ti ’n te smove manco ’o taramoto; / de tanti, propa a ti te so’ riccoto!? / ’Mbè vedi, statt’attiento: verà ’n giorno / che puro tu t’ariccommannerai…! – / – Cogliétev ’a ’na vota de ’ssa ’ttorno! / ’N tenesse già pe’ mi già tanti guai, / me ce ’amanca solo d’ìmmeli a cercà…! / Làsceme perde, cammina, lè’ ’a ’ssà! – / – Te se secchesse ’a lengua, Peppe mio; / triste a chi cade ’n tera e chiede aiuto! / Ma chi m’’ha ffatto fà, co’ ’sso giodìo? – / – Aqquàne, dato è dato, avut’ è avuto, / che nu’ mme serve gnente, n’ ha’ capito? / Gnente gnente, me fusse arembambito …! – / – Superbia ì a cavallo e venze a pède! / Chi sputa ’n cielo, gli arecade ’n cima! / Piuttosto ch’a provà, è meglio a crede! / Dapó’nun piagne: pènzece po’prima! – / – Famme dà’ ’na grattata, ’zzi cecatte! / Ve piglia ’n corbo a voa e ’sse quattro matte! / Gnàtev’’a piglià ’n cuglio andó ve pare, / che stete a iettà l’àffito a la ggente: / èsso, mó piglia e vaglio da ’o compare, / ce bevo ’n cima, e nu’ mm’accoglie gnente. / Anzi, famme sbrigà: co’ ’sse piagnone / già me so’ perzo ’n giro a traverzone.
A proposito di superstizioni e credenze, nel suo libro Le tradizioni velletrane, Roberto Zaccagnini segnala “L’ìndico”.
Erno dó’ mesi che Filomenaccia / tenéa l’Indico, ma ’o tenéa de brutto … / de notte ‘n piommo a ’o stommico, poraccia, / ’n sapéa che fa’: era provato tutto! / I stròleghi ’era ’ntesi tutti quanti, / fina che u’ llegramante de Schinetta / glie disse: “Filomè, ’n ce stanno santi, / te l’hai da còglie da ’sta casa infetta. / Chisto, ’o vé’? è tarmente aradicato / che nu’ lo scoti manco si vè’ ’o prete. / Gnente acqua santa, zorvo, né ramato … / da’ retta a mmi: meglio che v’’a cogliéte”. / Cossì areddusse i commedi ’a mmatina, / e ’o marito ce revempì ’a cariola. / ’O bammoccio portéa ’na concoglina / co’po’de badanai e dó’ lenzola. / Filomenaccia era abboticciato / drento a ’na canestra ’o matarazzo, / s’’o misse ’n capo, ma arivà ’o cuinato / e se fermàne là denanzi ’o stazzo. / Dice: “Che v’’a cogliéte?” – “No, pe’ ’n cazzo ..! / Che glie pigliésse ’n corbo andó se trova!”. / E l’Indico da ’n cima ’o matarazzo: / “Gnamo, cuinà, che gnamo a ’a casa nova!”. (ìndico, colore indaco; anche specie di folletto che, nella credenza popolare,
immobilizza gli arti alle persone durante il dormiveglia.)
Ecco una preghiera all’Annunziata: Santissima Nunziata / co’ l’angelo Gabriele, / Maria cor suo canto / fece apparire lo Spirito Santo / co’ tutti li Cherobbini / co’ tutti li Serafini. / Chi tre vote ’sta razzione dirà / ’n’agnima da ’o Purgatorio caccerà, / chi tre vote chesta la dice / pe’’na Messa glie conterà;
e le invocazioni a S. Antonio da Padova per il ritrovamento di cose smarrite: Roba che perdessi / Sant’Antogno aretrovéssi; / sta scritto su bernacolo (tabernacolo) / Sant’Antogno fa miracolo. / Miracolo facessi, / tuo padre liberessi, / morto e condannato / è stato libberato. / Così liberami ’sti figli / de notte e de giorno, / maritate e vedovelle, / pore donne partorienti, / patisceno ’n gran tormento.
Dalla sezione Preghiere e invocazioni de La letteratura velletrana proponiamo due belle preghiere di Alfredo Candidi:
“Alba”:
L’alba ci appare / eccoce pronti / sempre contenti / pe’ lavorà. / Ave Maria / groglia te sia. / guardace sempre / ’n ci’abbandonà… e “Notte”: Me coleco a lo letto / preghenno a Ti o Maria, / po’ co’ la mente mia / me ce metto a pensà. // Cossì pensenno stracco, / m’addormo p’ ’o bisogno / e subbito me ’nzogno / che stongo a lavorà. // E pare che la tera / cordivo co’ mi’ figlio, / ’n puviello po’ ne piglio / m’a metto a contemprà. // Rifretto che io puro / de tera so’ criato / e me sento beato / quando la sto a vangà. // E tu Madonna mia / che tanto io t’adoro; / pe’ premio lo lavoro / fammelo refruttà.
Infine un indovinello velletrano: Aeta aeta me ne sto / passò uno e m’acciaccò / la madre me vedea, nvece de piagne, ridea (il riccio e la castagna).
 
4.3 I giochi
Su “Controluce” (agosto 2009) c’è un interessante resoconto “I giochi di strada condotti in piazza da Roberto Zaccagnini” in cui la scrittrice e poetessa Maria Lanciotti ritrae l’estroso “Zac ’o libraro” mentre dà dimostrazioni di come si effettuano. Una lodevole inizitiva che andrebbe ripresa in tutti i paesi. Di Zaccagnini segnaliamo la bella poesia “I giochi della’ pe’ San Gremente”.
 
4.4 La gastronomia
Roberto Zaccagnini nel libro Le tradizioni velletrane propone:
Frittata con i lupri: tagliati a tratti di circa 1 cm, friggerli in padella con olio d’oliva. Ben cotti, versare due o tre uova sbattute facendo cuocere da ambo le parti.
Frittelle di borragine: lavare e asciugare le foglie di borragine, quindi farne involtini ripieni con cubetti di formaggio e pasta di acciughe. Con acqua e farina preparare una pastella abbastanza densa, immergervi gli involtini e friggerli in olio bollente.
Altre ingegnose ricette: il “Baccalà fuggito” e le “Fave uso trippa” che risalgono alla cucina povera o di emergenza in cui sia il baccalà che la trippa sono assenti, ma l’illusione della loro presenza viene fornito in un caso dall’aroma della menta, la stessa che solitamente dà sapore alle pietanze dove la trippa c’è. Era in uso anche il “sugo di lepre fuggito”.
 
5. I testi in prosa: il teatro, i racconti
Non ti resta… ridere… spontaneamente!!! (1993) di Romolo De Crais (1927-2010) è una raccolta di poesie e prose dialettali. Ecco il breve racconto “Padri scontenti”:
Medeo era fatto ’o pieno de bigonzitti ’n cima ’o carello, e co’ ’o trattore gommato s’era abbiato verso Velletri pe’ ìne a scaricà a ’o Consorzio. Era fatti si e no docento metri che ’a rota d’o carello era azzeccata ’n cima a ’n sasso griosso e s’era aremmoccato facenno sbracà tutto ’o carico. Adorfo, ’o vecino de vigna che abbitéa là denanzi, curse subbito de fora e glie disse: “’Medè, lascia perde e viè a magnà ca’ cosa, che dapó t’aiuto a remette tutto a posto”. ’Medeo, allora, glie respognì: “Te rengrazio tanto, Adò, ma me sa a mine che a patremo nun glie farìa tanto piacere”. Ma siccomme Adorfo ’nsistea tanto, ’Medeo se fece convince e glie respose: “Va bè, vengo, ma so’ securo che a patremo nu’ glie piacerà”. Enno drento ’a casettola e, doppo avé magnato e bevuto, ’Medeo se rizzà pe’ coglies’ ’a. Rengrazienno tanto Adorfo, glie disse: “Mó me siento meglio, ma comunque, so’ securo che patremo nun è tanto contento, anzi se ’ncazzerà pe’ davero.” Allora Adorfo glie respose: “Ma nu’ sta’ a reccontà fregnacce; e dimme po’, piuttosto, andó sta patreto?”. “Sotto ’o carello”, fu ’a risposta de’ Medeo.
Il primo lavoro teatrale in velletrano si presume risalga al 1911-12. È una breve farsa dal titolo “Gliocìa strovita”.di Ghirigori, pseudonimo di Enrico Capozzi. Ma il vero cult è “I bocchi ’n so’ ppé tti!”, commedia in due atti, scritta da Pio Zaccagnini nel 1934. La prima rappresentazione di cui si abbia documentazione risale al 2 agosto 1947. Da allora numerose repliche, tra cui quella videoregistrata del 28 giugno 2001, al Teatro Aurora, con i due protagonisti storici: Romolo De Crais, nella parte di Gliopordo, e Italo Zaccagnini in quella di Prungaccino. La trama narra del contadino possidente Gliopordo Broccoletti colpito da improvviso benessere grazie a una vincita alla tombola telegrafica. Deciso a cambiare il suo stato sociale, viene quotidianamente disilluso dal pragmatismo del suo vignaiolo, Prungaccino. Alla fine, il crollo del sogno causa il crack finanziario della banca dove Gliopordo ha messo i suoi “bocchi”. Un brano tratto dalla scena VIII del primo atto:
Prungaccino:A’a matosca! Co’ chello che so’ caduto me se so’ zozzati tutti i cazzoni. Professo’, comme se dice zozzo?
Professore di tedesco: Ma… non sapere.
Prungaccino: Comme n’o sa’! E che professore s’i?
Gliopordo: Ma comme te po’ capì ’sso poraccio, che glie parli ’n velletrano? Tenghi da parlà ’tagliano! Professo’, mo’ t’o dicio io: panonto!
Professore: Io non capire.
Gliopordo: Allora s’i propa stronzo! Zozzo no! Panonto no! Sporco no!
Professore: Ah, sporco? Ja! Schmutzig (scemuzzich)!
Prungaccino: Si, ce mozzico! ’Arda che modo de parlà! Ma ’n poterinno parlà tutti comme noa? ’N saria meglio? […].
Gliopordo: Prungaccì, io mica te dicio gnente sa’! Ma te sto propa a gustà! ’Mbè, professò, mo’ lassemo perde ’sti discorsi. Dimme po’, quanto tiempo ce mettemo, nun dicio a parlà, ’nzomma… a fasse capì?
Professore: Ma, non sapere. Se loro studiare, anche fra tre mesi.
Gliopordo: Prungaccì, ha’ ’nteso? Che panacca! Fra tre mesi semo tedeschi. Prungaccì, piglia ’na boccia.
Non fu questa l’unica commedia in velletrano di Pio Zaccagnini. Agli inizi degli anni Sessanta scrisse 1-X-2 (uno icchese dóa), rappresentata poi nel 1978. Un altro importante autore è Sandro Natalizi, che ha diretto e interpretato, con la sua “Compagnia Anim’Azione Velletrana”, diverse commedie, tra cui “’O Sogno” e “’O rinale c’a porta”. Le opere teatrali con il velletrano più autentico sono senz’altro quelle di Gianni Battisti: “Casa nova, vita nova” e “’O reduce”, fine anni ’70, portate in scena dalla “Compagnia Dialettale Veliterna”; nel ’97 “Pensione Reccia Mozza”, “A scola da i ‘Gnorantelli’” e “Che tocca a fa’ pe’ Inese” (la compagnia nel frattempo aveva cambiato nome in ’O capannitto”).
Due i cavalli di battaglia del “Gruppo del Crocefisso”. Negli anni ’70 misero in scena “’O processo” e “E s’ ’a recòzzero fora”. Dopo vari anni il gruppo si sciolse per ricomparire nel 1997 con il nome di “Gruppo Dialettale S. Lorenzo”.
Citiamo infine la fantasia in un atto di Italo Svevo in dialetto di Velletri. La traduzione e l’adattamento di “Terzetto spezzato” sono di Roberto Zaccagnini www.poetidelparco.it/9_716_Fantasia-in-un-atto-di-Italo-Svevo-in-dialetto-di-Velletri.html
 
6. I testi di poesia
Roberto Zaccagnini in La letteratura velletrana offre un’esaustiva e competente trattazione della materia con testi e commenti delle più significative opere in prosa, teatrali e in versi pubblicate negli ultimi 150 anni su riviste locali, in volume e su semplici foglietti a stampa. Molti sono gli autori, spesso inediti, che si sono succeduti a partire dalla poesia “In occasione del carnevale del 1850” in cui un anonimo poeta saluta con i suoi versi il ritorno della festa nonostante la crisi economica e l’aumento dei prezzi e racconta i fatti del maggio precedente, dalle prime operazioni militari alla battaglia di Garibaldi con i napoletani, alla fuga dei cittadini, al ritorno alla normalità. Ecco l’incipit:
Carnevale è revegnuto / chisto è tiempo d’allegria / che chist’anno la pazzia / ce fa tutti sbalestrà. / Co’ lo ’mbruglio de ’sse carte / se sbalestra in tutti i modi / da che parte te revoti / vedi stracci ’n quantità. / Si và a spegne co’ le carte / t’arevoti le cervella / te se perde la favella / n ’sa che modo la ’mpiegà. / ’Ndo’ t’accosti – nun c’è resto / che sinnó ve se darìa – / non curemo all’osteria / se la jamo a negozià. / Se portemo la guitarra / lo violino, e ’l grarinetto / se bevemo ca’ mezzetto / e comenzo po’ a cantà. / Ve ’mproviso na storietta / tutti fatti e cose nove / e così er quarantanove / lo potemo aregistrà
Segue il racconto in versi della battaglia di Velletri fino alla conclusione: ’Na giornata comme chella / più ner Monno nun verrà. / Nun manchete de studialla / e stampetela a memoria / verrà un dì, che chesta storia / nun c’è prezzo da pagà.
Zaccagnini recupera una serie di poesie apparse su giornali cittadini fino al 1910.
Poesie in dialetto velletrano è una raccolta di 18 poesie di Giovanni Battista Iachini (Velletri 1860-1898) pubblicata per la prima volta nel 1884. Di Iachini viene sempre citata la poesia “’O velletrano”:
So’ ’n galantome e la famiglia mia / è tutta gente de reputazione: / gnisuno ha fatto mmai ’n ca… la spia, / e manco semo stati mmai ’n priggione! // E ssi ppo’ m’honno fa’ ca’ boieria, / nu’ l’abbozzo, mannaggia San Simone! / Cavoci… sciaffi… cortellate… e via! / ’N so’ vezzo a ffa’ la parte da fregnone. // ’A sera, doppo d’èsse lavorato, / revaglio ’n casa, e curo a lo starìo; / là bevo, gioco e dicio ca’ sacrato. // Dapó co’ ’Ntogno lo compare mio, / doppo èsseme, pe’ Crista, ’mbreacato, / me ne vaglio a dormì ’n grazia de Ddio.
In “Lo telegrifo” colpisce l’esilarante spiegazione della novità tecnica:
O Pè, tu che fa tanto lo saputo, / spiegheme po’ ’sta freg… come vane, / che battènno ’mpresempio, ’n cima a ssàne, / t’arespógneno a Roma c’u’ mmenuto! // – Accidentaccio che gnurantitàne! / Ha’ pacienzia, si parlo aresoluto; / e ttié’ coraggio po’, puorco fott… / de dì che ’n so’ bbon’atro ch’a magnane… // ’O telegrifo è comme ’n agnimale / che glie tiri la coda a parte areto / e strilla annanzi, che gli ha’ fatto male. // Ammàgina mó ttu (ma nun ce stao) / ’n gatto gliongo ’nsinente a Carpineto, / qua meni, e llà lo senteno fa’ gnao!
Di lui si ricordano soprattutto “’A precissione” e “La battaglia di Marino”. La prima descrive la tradizionale processione della Madonna delle Grazie, vista da dietro le quinte: la frenesia dei preparativi: – Lesti regazzi fora le mozzette, / li sacchi co’ li fiocchi e li pancotti; / m’ ’éte già fatto ’ngègne le panzette / pe’ lo troppo strillà!… co’ dó’ cazzotti / mó me n’arescio e lasso ’gn’atra cosa; / che, pe’ Crista, so’ l’abbiti da sposa!?); la contesa per i ruoli più in vista, le ripicche degli esclusi:
Dunque Cèsere porta ’o stannardino, / e ’ssi regazzi areggeno li fiocchi; / Peppetto portarà lo lanternino… / (aremettéte drento chissi stocchi!) Mégnico, Peppe, Cencio co’ Rinardo / e ’Ntogno e Giggio porteno ’o stannardo. / – E a mine che mme dà’, che so’ pagato? / – A tine te daraglio lo salame…! / – Ma pìglietelo tu, che’ssi fregato! / – Accossì s’arespogne, brutto ’nfame? / Mbè lo salame dallo a Cenciaccione, / e tu pe’ vòggi porta lo crocione (…) Basta, giusto pe’ ttìne, Cristo mio, / ni’ mm’arespoglio e vengo ’n predissione; / giusto pe’ ’n fa’ ’na botta da giodìo, / renunzio a lo stannardo e a lo crocione! / Ave Maria, fratelli, ’olemo annà? / Movéteve, ve pozzeno scannà!!; poi lo scompiglio creato dal protagonismo di chi dovrebbe mantenere l’ordine:
Fermi voiatri co’ ’ssi campanelli! / Nun c’è da ride, no, brutto figliaccio… / Varda si che bardanza, brutto stuorto… / Ha’ raggione a chist’abbito che porto! // Férmete, gnamo, là a chillo cantone; / me pigliéte ’sto fregno che me pesa: / ’ncàntete quàne, allenta lo cordone… / abbada, Peppe, a chessa poca scesa; / strégneme lo cargasso; aspetta pòne / che, pe’ Crista, m’aresce lo pallone! e madri alle prese con i figli smaniosi, e ragazzi che raccolgono la cera che cola dalle candele per farne pallottole: – Agginòcchiete, figlio, vedi Tata / co chillo sacco llà de Sant’Antogno; / dì la razzione, falla dì a Nunziata, / che sinnó, ve se porta lo demogno; / nun me te fa menà, lassa Giuvagni; / mo che vié’ ’n casa sienti!… e po’ nun magni (…) Dì co’ mmi: patre nostro accó si ’n celo / santificeto, lesto, nome ’n tua… / (lassa de sgofenàtte chisso melo!) / séguita: n’ atevegna tregnem tua / fiatte volunta stua… Viva Mmaria!… / sicute ’n celo e ’n tera, accossì ssia! (…)
Non un barlume di fede, salvo qualche accorata richiesta di grazia: Beatissima Vergine Maria! / Famme ’na grazia vòggi a mmi porella, / vòggi, Madonna, ch’è la festa tia; / faglie passà a sto figlio li dolori, / so’ tre dìne che sta mori e non mori. / – Grazia, Madonna santa! Eh, movi ’ss’occhi; / Madonna, nu’mme fa’morì araiata! / Fane che ’ssa disgrazia nu’ mme tocchi; / consola chesta pòra ciorcinata! / Grazia, Madonna, tu che ’n celo godi, / famme ’sta grazia a mmine’n tutti modi!.
Ma dopo tutto è realisticamente impossibile per coloro che sono addetti all’organizzazione, trovare un momento per la preghiera. E neppure era questo, comunque, il compito del poeta, che ha voluto evidenziare l’aspetto pur sempre presente ma meno manifesto e più folcloristico, della cerimonia.
– Spogliéteve, fratelli; abboticcéte / lo sacco co’ lo fiocco e la mozzetta, / e nun perdete gnente, nun perdete, / e ’gniuno l’arepogni a la cassetta; / e tu nun fa’ cagnara … a tti dich’io! / Che tte penzi de stane a lo starìo? // Peppe tu leva, prima che te scanzi, / ’a corona de spine a Gesocristo; / appìcchela a ’sso ciodo ’ssa ddenanzi… / più ritto ’sso stannardo, abbada a chisto! / E voa regazzi, dico, brutti ’nfami, / arepognéte drento li salami! // Sèra la porta, ’Ntogno, se vedemo…! / – Se vedemo dimane, si Dio vò’ – / Prima che te la cuogli nun bevemo? / – Bevemo; ce fa bene, mica no?! / – Eh! sì, ce vònno dó’ bicceri boni / doppo d’èssese rotti li cog…!!.
“La battaglia di Marino” è l’opera più nota e più apprezzata di G. B. Iachini. La sua fortuna è da attribuire senz’altro al soggetto. Narrando un evento storico sconosciuto ai più, e controverso per i cultori di storia patria, stimola l’immaginazione popolare e anzi, per il suo epilogo fomenta il campanilismo.
Qua ddereto se sente sonane / de cocozza lo bello trommone; / Gurgumiello, co’ ’Ntogno e Peppone / stavo pronti pe’ fasse ammazzà. // Già arepuósti da ’n frego de tiempo / stavo cent’e quaranta sordati, / co’ li ronci e le zappe ’ònno armati / e cortielli che stanno a rotà. // Tutti a fila Peppetto l’ha missi, / che co’ gli’atri già ditti commanna; / si lo sienti… ch’ammazza, che scanna / – già st’a ddìne – si ’n guera varà. // Pe’ tammuri le brocche àvo misse / e pe’ tromme da se’ muttatori, / pe’ focili docento tartóri / co’ li spini pe’ fa’ ponzicà. // E pe’ ddane l’assardo dapóne / quarant’asini stao preparati, / co’ quaranta farghetti già armati, / che lo córbo de grazia hao da da’. // Prima d’ine a Marino, Peppetto / p’ ’o Matano sta a fa’ la revista; / – Stete attenti – glie strilla – pe’ Crista! / che sinnó ve potete sbaglià. // ’Gniuno stinga a lo puosto che ’Ntogno / gliele daràne, e ’n se mova de ’n passo, / che sinnó la vettoria va a spasso, / e ce ponno davero ammuccà! – // Ditto chesso, vè’ annanzi Ciammuotto / che ’n presenza de tutta la ggente, / ciama ’Ntogno co’ Peppe e Cremente / e cossì li comenza a llodà: // – Vova soli ’fra tutti chiss’atri / sete i meglio, ve dicio; i più tuosti! / Si vencéte ce stavo arepuosti / sette mezzi pe’ ffàve scolà. // – Vova soli ’éte fatto prodezze, / vova soli ’éte sempre rugato, / vova soli ’éte sempre ammazzato, / e gnisuno v’ha ppùto fregà! // Donca, a vova mó spetta de vence: / agniméte ’ssi tuocci de leno!… / Uh! potessimo dìne ch’armeno / ’émo vinto ’na vòta e nun più! – // – ’Sta vettoria sarà mentuata! / Resvegliéteve tutti da ’o suonno! / Pe’Velletre e pe’ tutto lo monno / s’ha dda dìne lo pisto che fu! – // Doppo ’n frego de prediche fatte, / venze l’ora de chesta partenzia; / tutti allora la loro cuscienzia / da ’o peccato se iérno a lavà. / ’O confessore de chisti sordati / fu Don Angelo, ditto d’ ’a Veccia, / che pe’ caso era sordo a ’na reccia / e ’n peccato nun pòtte sentì. // Chillo ’nfame de ’Ntogno, pe’ diglie / chillo poro cristiano: – ’N ce siénto!… / gli’arespuse: – Che viéccio scontiénto! / Che te puozzi ’na vota stordì! – // Quando tutti denanzi all’ardare, / tutti, dicio, se commugnicòrno, / tutti viérzi ’o Matano sfilorno / ch’era bello a vedelli passà! // Alo stato maggiore ce stea / Pisciapiano, Pimpiello e Picozza, / Pannuccella, Miseria e Tittozza, / Scarpaleggio e Zozzitto de qua. // Gliscio-gliscio, Broncitto e Masano, / Prungaccino, Feraccio e Crapone, / Cacaritto, Ciocitto e Cutone, / Ficorella e lo Stronzo de llà. // A vedéne comm’ènno vestiti, specialmente Cencetto e Pellogna, / nun ce vane… ma mmanco Turlogna, / che li bocchi li tè’ da iettà. / A lo capo porténno ’n cappiello / de begliuto, e dereto co’ ’o fiocco, / da ’na parte porténno lo stocco / pe’ poté’ li nemichi spanzà. // Po’ ’na prussia torchina e cazzoni / de chillo panno ciamato Sgasmiro, / che ’gni vòta che io l’aremmiro / me vè’ voglia de ìmmel’a ffà’. // Chilli po’ che facenno da capi, / che sarìnno li dó’ generali, / énno tutti co’ i begli stuvali / gliustri da potéccese speccià! // Quando viérzi le tre de mmatina / de Marino ariviérno a le mura, / comenzénno a tremà de pavura: / se n’ ’olénno pe’ forza ì de llà. // Ma Cencetto, ’o più tuosto de tutti, / comenzàne a strillà: – Stemo freschi / si areiàmo; qua comme Tudeschi / a commatte tenémo da stà’! – // Manco disse ’sse quattro parole, / che ’na nèspoglia sente tiràne! / E vardènno de quane e de llàne / vidde ’n frego che stenno a sparà. // – E la fre…! – isso fece a chill’atri / – nu’vedete che chissi già vènno? / Vova stete de ’ssa descurènno / e già chilli ce stavo a mmirà! – // Cominciorno, issi puro, fratello, / a menane davero da guerci; / co’ li ronci, le zappe e li sergi / stenno sempre ’nfregniti a menà. // Comme contr’a lo lope a ’n procoio / glie se fiàreno tutti li cani, / accossì chisti nuostri tarpani / ’n faccia a chilli se stenno a fiarà! // Mó pell’aria ’n cappiello zompéa, / mó ’n bastone, e mó mmó ca’ cerviello, / mó sentéi baccaglià Gurgumiello / ch’i sordati se misse a ’ngazzà. // Disse ’Ntogno: – Accidente! Accidente! / Già la tera è cuperta de muorti! / ’N saccio propa si comm’ ’arepuórti / pe’ potelli a ’na bucia ficcà! – // Cossì a forza de spente e spentoni / arivòrno dereto a ’na chiesa: / ’a campana che sona la stesa / ’ntribbirmente se iérno a piglià. // Già Peppetto s’è misso a cavallo, / piglia ’n foglio, ’arrepógne e va fòra, / e le sóleca tutte devora / che si cade ’n se pò rerizzà. // E le moglie, li padri, li figli, / vanno ’ncront’a Peppetto che vène; / stann’a vardà pe’ tutte le rène / si lo pònno vedene appizzà. // Quando ’ntesero u’ strillo pell’aria, / ’Gnesa disse: – Zitti, ecco Peppetto! / So’ quattr’ora che quane l’aspetto… / finarmente me pare che vè’. – // A vedéne, Peppetto, ’ssa ggente / – Nun piagnéte – gliè disse sbingènno / – Llà, contente, nu’ stete tremenno, / che lo muorto pe’ vova nun c’è! – // ’Nfatti, allegri comm’ova de Pasqua, / arentròrno ’n trionfo a Velletri, / pe’ le case scocciérno li vetri / pe’ la prescia de isse a ’ffattà’. // A sentine li strilli de ’e moglie, / de li figli, li padri e le vècce, / era meglio atturasse le recce / si ’n t’’oléi ’na vòta ’ntontì. // Chi strilléa: fratello! chi: tata! // chi lo sàntoglio, Peppe, Giggiotto, / chi Pellogna, Luberto, Ciammuotto… / era cosa de fatte ammattì! // Prima dunque de ìssene ’n casa / ’n cima a Corte se iérno a ’mpostàne, / ’a campana la iérno a glicane / pe’ potecce la scola sonà’. // Cossì vova, che sete scolari, / quando ’a scola sentéte sonane, / ’n comemzéte a strillà: – ’n ci’òglio annàne! – / pecché bene la scola ve fa. // E penzéte che chella campana / costa sangue a ’n fregaccio de ggente: / chillo pòro Peppetto e Cremente / pe’ piglialla, ci’aviérno da fa! // Tutti fatti pe’ mano de ’n solo, / figli tutti a lo padre, ch’è Adamo; / e ’n qualunque paese noa gnamo / semo sempre fratelli e poppiù. // Si, fratelli noa semo pe’ fatto; / che se pozza araià chi ’n ci’ò’ èsse! / Chillo che, pe’ lo boia ’nteresse, / te dicesse: – si fràtemo, tu?…
Amedeo Guidi, è autore di un libretto in dialetto velletrano intitolato O Duce a Velletri pe’ l’inaugurazione dell’acqua do’ Sembrivio, pubblicato nel 1932. Guidi scrisse anche altre poesie riportate in La Letteratura velletrana.
Alfredo Candidi (Velletri 1876-1953), fu commerciante di prodotti agricoli e agricoltore. Appassionato di agricoltura, Candidi vedeva nell’autarchia mussoliniana non tanto l’occasione per dimostrare una superiorità nazionale quanto l’opportunità di riscoprire quella sana frugalità, l’ingegno, la cultura del non-spreco, necessarie in ogni tempo alla crescita spirituale e intellettiva dell’uomo. È autore di: O muorto resuscitato, opera prima pubblicata a 52 anni, nel 1928. Nel 1929, nel 1930, 1931, 1932 pubblica a stampa su volantino un sonetto dedicato al Carnevale e nel 1933 il libretto Carnevale 1933-XI nel quale insieme al sonetto per il Carnevale dell’anno in corso, ripropone quelli precedenti. Nel 1933 pubblica il libretto Pe’ gl’uva (Tip. Zampetti) nella IV Festa dell’uva e vi aggiunge i testi dei volantini stampati per le feste dei tre anni anni precedenti. Nel 1935 pubblica Carnevale poeta, nel 1936 Carnevale e le sanzioni, nel 1939 Carnevale risorto (dopo la sospensione della festa nel ’37 e nel ’38) che contiene un “Inno a Velletri”.
La sua versificazione è fluida, il suo vocabolario dialettale è ricco e la riprova è nel suo Carnevale e le sanzioni, in cui l’autore si diffonde in minuti consigli per stimolare il risparmio e la produttività familiare. La composizione “gareggia alla pari con testi tecnici, e nonostante il vincolo del ritmo, della metrica, della rima, riesce a martellare versi senza che una sola parola vada sprecata o non serva alla bisogna” (R. Zaccagnini).
Alcuni testi esemplificativi di Candidi, da “Carnevale 1930”:
Eccome velletrani arevenuto / pe’ favve ’n frizzichiello pazziane, / so’ leggittimo ancora e ’n so’ bevuto / pecché Marianna mó tè’ da ballane. / Venete su, venete qua a sentine / che voglio favve propa divertine. // E tu Marianna, balla balla balla, / ’nfina che nun se romp’a tamburella; / smovi ’sse cianghe, / sgrulla ’sso cuglio, / sta’ ben’attento / ’n te ’ntroppicà. // Te voglio propa bene rellegrane, / puro le vecce faccio freccicane; da “Per la prima festa dell’uva”: Su deteglie poeti, / che gli’uva è bello e fatta, / cantetela poeti / che nu’ ve s’aretratta. // Cantetela pe’ bene / che c’è costata tanto, / puro pareccie pene / ca’ lacrima e ca’ pianto. // La gran prenosperaccia / poppiù ce fa crepane / e mogliema poraccia / ce s’è p’uta ammalane // c’a brocca a monte e a balle, / pe’ ’e sóleca curénno, / le croste pe’ le spalle / a mi me se facenno… e dopo tante pene, finalmente la festa: Pecchene gli’uva è bella / pecchene gli’uva è doce, / puro a ’na craturella / la zinna fa lassà. // E voa poeti belli, / pe gli’uva, p’a nazzione, / strofette e ritornelli / spannete ’n quantità.
Per R. Zaccagnini una delle opere migliori di Candidi, e anche la più corposa (in 10 parti per un totale di 278 quartine in settenari e ottonari, più venti stornelli), è Carnevale e le sanzioni (1936). Nel testo “sono sparse cornicette contenenti massime edificanti e consigli, tutti nello spirito dell’opera e del momento attraversato dalla nazione in cui mette in rima (…) non solo i sentimenti del popolo, ma una serie di consigli per l’agricoltura e un manuale di suggerimenti e di istruzioni per l’allevamento dei conigli e la concia delle pelli. Un vademecum del perfetto autarchico che permetteva a chiunque di tenere un alberello da frutto, un orticello, o una gabbia di conigli”. Si parte da un attacco all’insegna dello slogan: l’unione fa la forza: / co’ la forza se vince. Seguito dall’esortazione: Su compagni Velletrani / che la stella ce fa gliuce, / tutti quanti ’ntorno a ’o Duce / stretti s’emo d’abbraccià. // S’ha da fa’ ’n solo partito, / tutti quanti de ’n pensiero, / per abbatte lo straniero / che p’ ’a gola ci’ò’ piglià.
All’allevamento dei conigli e alla sua convenienza dedica molti dei suoi versi:
Chi alleva li cunielli / la carne nun glie manca, / manco comme so’ belli! / te fanno annamorà. // Ordre che so bellini / manco so’ fastidiosi!! / puro li regazzini / li ponno governà. // So’ boni, silenziosi, / ’ncapaci de fa’ male, / e manco so’ noiosi / pe’ chiede da magnà. // E po’poro cuniello! / tutto trasforma in carne, / qualunque frizzichiello / de robba tu glie da’.
Nulla di più semplice di una “Conigliera pe’ famiglia”:
’N ce bisogna ’o falegname / pe’ ’n impianto de famiglia / a seconda ’o materiale / tutti se ponno arancià. // L’essenziale è chisto quane! / che le gabbie sinno fatte / pe’ potelle trasportane / e ’n tenelle sempre là. // Fatte forte be’ ciodate / pe’ difesa de li cani, / che sinnó co’ do’ zannate / le magnate ponno fà.
 Mamma coniglia dopo un mese partorirà anche più di dieci coniglietti che doppo un mese che so’ nati / ce li metti bello a posto / a ’na gabbia separati / ’ndó se tenno da ’ngrossà.
E quindi subito dopo il “Compenso”: Ecco qua ch’i primi nati / so arivati a ’o sesto mese, / si so’ stati ben trattati / tre chiloni hanno da fà // E pe’ fà lo posto ai novi / chisti grossi te li levi / e la carne te retrovi / pe’ vegnella o pe’magnà. Ma non solo di carne è il compenso, perché, ben trattata (e la parte VII del poemetto è dedicata a “’N sistema per concià la pelle”) questa si trasformerà in “belle pelliccie” che so’ bone a facce tutto, / lo bavero a le reccie / te lo po’ fà arivà. // Ce foderi ’n corpetto / che te mantè più callo, / e puro lo gorfetto / te ce potrissi fà. // Ce se fanno barette, / scoli, chello che vone! / Tante belle cosette / de granne utilità.
Nella nostra Antologia inseriamo da Carnevale risorto i brani: “Come è buono il vostro vino”, “Filippuccio gli fa scuola”, “I preparativi” in cui gli slanci lirici fanno da contrappunto alla descrizione meticolosa delle tante faticose operazioni che presiedono alla produzione dell’ottimo e reputato vino velletrano.
Pio Zaccagnini è stato medico, commediografo, musicista e letterato. Nel 1980 ha pubblicato 1000 barzellette in dialetto velletrano, nell’81 un secondo libro con altre mille barzellette. Nel 1987 è uscito un suo libretto con una poesia in dialetto velletrano A nova predissione, una dichiarata parodia della famosa poesia di G. B. Iachini. Nel 1988 ha pubblicato 120 poesie in dialetto.
Nato a Velletri nel 1927, maestro elementare e popolare attore teatrale, Romolo De Crais ha pubblicato Non ti resta… ridere… spontaneamente!!! una raccolta di prose e poesie dialettali. E’ morto nel 2010.
Americo Mastrogirolamo nel 1970 pubblicò La guerra di Velletri (8/9/1943-2/6/1944), e nel 1976 La guerra di Velletri (8/9/1943-2/6/1944) ed altre poesie anche in dialetto velletrano. Nelle poesie in velletrano, più sciolte e argute, emerge un poeta più a suo agio nelle espressioni vive dialettali che conosce molto bene. Come in “Chi ce tenea raggione”: una discussione tra un amico dei preti e un mangiapreti:
Chillo che dicea bene de li preti, / areccontéa fatti ch’erno seri; / fatti che guasi guasi nun ce credi; / eppuro l’èrno tutti fatti veri. // Ma chill’atro che li ciaméa pretacci, / areccontéa de uno ca’ cosaccia. / Se misse a referì certi fattacci / che l’atro ce se fece roscio ’n faccia. // Allora fece ’o primo: Che ci’ò fà? / Tu, pe’ ’na lapa ’n pò’ammazzà ’n cupiello. / Respuse l’atro: No, nun se pò fà: / si se facesse nun saria bello. // Ma si dapó, ce ne stesse una sola, / de lapa bona, drento a lo cupiello, / (ficchete bene ’n capo ’sta parola) / chillo cupiello bisogna ammazzallo! // Ma l’atro ce ’nsistea co’ ’o ritorniello: / Tu pe’ ’na lapa, ’n pò’ ammazzà ’n cupiello.
Giulio Montagna è nato a Velletri nel 1935. Agricoltore e commerciante, dagli anni ’80 non c’è stata manifestazione cittadina alla quale non abbia partecipato attivamente: carnevale, processioni, manifestazioni combattentistiche e folcloristiche. Scrive su settimanali locali curando rubriche in dialetto ma anche ricostruzioni storiche di particolari avvenimenti, usi e costumi. La sua produzione poetica è vasta e conosciuta perché letta in pubblico in particolari occasioni o stampata su giornali locali.
Nel 1998 ha pubblicato la raccolta di poesie Il sapore della terra; nel 2007 Cantonicci velletrani e nel 2008 il poema cavalleresco Passione nostrana. Montagna si segnala anche in poesie in lingua colta e in prose che denotano un elevato livello culturale. Egli è acuto osservatore di uomini e di cose, di piccole e grandi realtà quotidiane.
I suoi temi toccano vari registri, ma il suo centro di gravità permanente resta Velletri e soprattutto la campagna velletrana e, suggerisce Andrea Maria Erba, “i suoi prodotti: l’uva, il vino, i carciofi, le camelie, pane e cacio, la cerasa, l’acqua fresca, e via documentando come fossero gioielli di famiglia”. Sottolinea Bruno Cesaroni: “ha conservato i valori della civiltà contadina velletrana per consegnarli in versi ai velletrani del futuro. Ciò è garanzia di sopravvivenza per la velletranità in quanto ineludibile concezione del vivere quotidiano: costanti come il sarcasmo, la battuta demolitrice e l’ironia sono manifestazioni tipiche del carattere più genuinamente velletrano (…) i suoi versi ci mostrano una visione ottimistica della vita, un’esistenza fatta di cose semplici, come si addicono alla gente semplice, incastonata nei suoi versi.” Luca Leoni giustamente nota come egli vanti “un privilegio nel dialetto velletrano per il saper comporre poesie d’amore che acquistano un’impalpabile, inconfondibile soavità proprio grazie alle potenzialità musicali del dialetto di Velletri.”
Soavità, aggiungiamo, che si esprime anche nelle poesie legate ai tempi più lontani, come quando in “Ricordo antico”, co’’o capo canuto, barcollante, si sorprende a chiedersi dove sia ’o pupetto miss’asseduto / tutt’’a dine drent’’o scaniello, quello che dopo aver pianto per l’abbandono della madre andata a lavorare nei campi da quello scaniello (la sediola impagliata) osservava tutto il giorno uccelli e insetti (che sapientemente enumera: ’na palomma, ’na matrona, ’na cicogna, ’n centoranfe, ’n cavallo de stréa, do’ celluzzi, ’n cecalone, rispettivamente: farfalla, un coleottero avido di frutta estiva, libellula, scolopendra, mantide religiosa, grossa cicala) finché pora mamma mia / arevenéa stracca da lavorane / ci ’o sapea ch’io stea ’n compagnia.
Oppure in “Alba d’agosto”: … Cammino tanghe tanghe e attorno sento / chilli rimorielli che ccapiscio a volo / do’ catte c’arazzeno aruspenno, / ’na ràstica spolla ’n cima a ’n capagnolo (Cammino lentamente e attorno sento / quei rumoretti che capisco a volo / due gatti che ruzzano ruspando / l’averla che s’invola dalle canne).
Oppure ancora in “Addóre de tera zzuppa” in cui il vignaiolo, passata la tempesta estiva, torna nella vigna pe’ ggodesse chill’addore aresaputo / de fronne secche e votte attufatigna / che mmann’ ’a ter’asciutta si ha ppievuto. // ’E fronne d’u’rame cobboluto / glie fracichenn’’o mucco p’u’ mmumento; / isso c’ ’a lengua acciappa e ttira drento. / Glie piace puro l’acqua de pievuto. In “Si fusse rovazzott ’o cardariello” (Se fossi pettirosso o cardellino) amore e sapore di campagna si fondono mirabilmente in un madrigale campagnolo:
Si fusse rovazzott’o cardariello / a gliustr’ e bbrusco de ’na dì de maggio / all’aria fina d’u’ gliucent’arbeggio / t’orìa da’ ’o bongiorno a pprimo spòllo… (…) Si fusse rovazzott’ o cardariello / vorìa acciappà co’o’ bbecco ’na pagliuca / e comm’ ’a lapa ’n cim’ ’o fiore suca / accarezzà ’sso mucc’accossì bello. // Si fusse rovazzott ’o cardariello / vorìa zombà ’n cim’a ’ssa pelle calla, / sfiorà coll’ala ’o pietto gnud’ ’a spalla / ’mmezz’i capegli fa’ a nnaccecarèllo. // ’O sole ch’arescito ’n pont’ ’a Rocca / già me t’arubba e t’avernicia d’oro / t’orìa di’ che io pe’ tti mme moro / ma tutto chesto m’aremane ’mmocca.
R. Zaccagnini ribadisce l’originalità di G. Montagna: quella di essere stato il primo a sperimentare il dialetto velletrano – e, dobbiamo dire con successo, – nelle poesie d’amore, “quando sembrava che la rudezza della lingua non fosse propizia alla espressione di sentimenti.” E segnala la mirabile poesia “Nu’ i’ drento amore mio…”, inserita nella nostra Antologia con la toccante “La morte di mio padre”.
Luigi Capretti, è stato un estimatore della figura e della poesia di Alfredo Candidi.
Entrambi ruotavano nell’abito della parrocchia di San Martino, dove Candidi aveva il suo negozio e Capretti frequentava da ragazzino il gruppo dei “Crociatini” e l’“Accademia del Matano”, scuola di vita per i ragazzi fino agli anni della ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale (Era la zona del “Métabo” e cioè l’arco stradale, così prima denominato, che oggi comprende via Metabo, piazza XX Settembre e viale Regina Margherita, e un tempo zona periferica e ambiente ideale per i giochi all’aria aperta dei fanciulli). Dopo aver scritto poesie in italiano, da adulto scelse il dialetto. Agli inizi degli anni ’90 alcuni componimenti apparvero sul settimanale “La Torre”, a firma “Lu.ca.” e le sue poesie sono state pubblicate postume in Velletri arecconta: il luogo e lo spirito del luogo con una presentazione di Renato Mammucari ed una introduzione dotta e riflessiva di Anna Maria Capretti, nipote di Luigi. Vi figurano i ricordi sereni e amari rivissuti attraverso le vicende del popolo velletrano, in particolare i bombardamenti di “Chillo ventidoa de gennaro” quando
parze che ’o cielo se ne fregà ’n pieno / de noa missi a confronto co’ ’o destino, / e ’ndifferente se ne ì a sereno / ’n cima a ’n fraggello comme si a ’n festino. // Prima, seconda, terza e quarta onnata; / pòra Velletri, che brutta giornata!
Ora nella sua città avverte un profondo cambiamento, tanto che ricorre all’espediente di ripercorrerla in sogno (“’N confidenza”). Infine ecco un inno al dialetto che, come il latino, rischia di finire “aruzzonito” per il poco uso, in “’O velletrano ’n concerto”:
Ordre che a da’ der “tu”, chi è velletrano / ’n è manco troppo avvezzo a fa’ l’inchino, / e tè’ ’n dialetto che glie dà ’na mano / a dine “pane” a ’o pane, e “vino” a ’o vino. // Co’ ’sso dialetto, puro si è vecino, / ce serve già l’interprete a Genzano, / tant’è diverso che se pò dì’ strano / rispetto a tutti gli atri d’ ’o bbacino. // Che de diverso tè’, propa de netto, / più c’o vocabbolario, è soprattutto / ’o tono stesso sempre accossì asciutto, / da mette a chi lo sente ’n Cristo ’n pietto. // Defatti isso appalesa le battute / co’ ’n certo arzente drento a la calata, / che ’gni parola pare vè’ stampata / ’n faccia a chill’atro che ce se descute. // Esso l’effetto che fa ’o “velletrano” / ’tromento piglia a scure genovino / ’mmocca a chi “all’Accademia d’o Matàno” / se lo ’mparà quand’era regazzino. // Prò mó chell’accademia è bella e chiusa, / e chi ce stette a scola va alla resa; / isso sta comme sta ’o latino ’n chiesa: / aruzzonito coddì poco s’usa. // Peccato, ’n quanto propa co’ ’o dialetto, / de la tera natìa se va all’ascorto, / perciò chi ll’arepudia se fa ’o torto / d’arenunzià a ’sto nobbile diletto.
Lucia Mammucari ha insegnato nelle scuole elementari di Arpino (FR) e Velletri ed è l’unica autrice di rilevo nel panorama letterario veletrano. Alcune sue poesie sono apparse sul settimanale locale “La Torre” (a firma “Samalù”). Nel 1988 ha pubblicato la raccolta Velletri mia e nel 1994 la raccolta di proverbi, detti e preghiere popolari in dialetto Discorso antico. Il linguaggio delle 49 poesie di Velletri mia – osserva R. Zaccagnini – “scorre fluente, con quella musicalità discorsiva tipica del parlare delle donne velletrane” (…) Ciò che si coglie nel suo stile rappresenta “una prerogativa femminile derivata dall’esercizio della loquela e della mente. Certi paragoni, certe definizioni, sono frutto di un acuto spirito di osservazione che solo le donne in generale, e le comari in special modo, possiedono (…) solo loro sono capaci, in pochi minuti, a infilzare analisi, giudizi e verdetti su tutto. Parlano della cucina, dei problemi familiari, della scuola, dell’educazione dei bambini, dell’abbigliamento, della carenza dell’acqua nelle case… Parlano insomma del mestiere di vivere. E se andiamo indietro negli anni, del mestiere di sopravvivere, e di far vivere.” Ecco una comare (in “L’imitatore del dialetto velletrano”) che tenta di insegnare (missione impossibile) la parlata locale a un “dentista frustiero areffinato”:
Io glie dicéa ’gni tanto ca’ sforcone: / appriesso, isso, me l’aredicéa / e mano mano io lo correggéa. / “No cossìne, none! Ecco: ccossìne!” / La bona fantasia chillo poraccio, / tutta ce la mettéa, ma lo descurso, / meglio de chello propa ’n gne venéa. / Coddine quando nova ciacceremo / sienti che lo dialetto è genovino, / grasso, robbusto e puro piccantino; / araprémo ’na vocca comme ’n forno: / ce sènteno pe’ tutto lo contorno. / Emmece chillo medico, poraccio, / tenéa ’n difetto propa bruttariello: / vocca stretta e dienti da coniello.
“Vivi, morti e cacamiracoli” di Roberto Zaccagnini è un DVD autoantologico (oltre 50 poesie recitate da lui stesso, esperto attore) della sua più vasta produzione poetica. Personaggio originale, controverso, anticonformista, libraio ed editore è noto per essere lo studioso e il cantore disincantato della Velletri passata e presente, attraverso anche la sua prolifica ed attenta produzione saggistica”. Al riguardo del DVD e più in generale della poesia di R. Zaccagnini annota Leonardo Ciocca:
Nel complesso è un vivace impasto di storie inventate, vecchie barzellette più o meno rielaborate, ricordi e considerazioni personali, tutti cotti nell’amalgama denso e saporito del dialetto. Non si tratta, come potrebbe sembrare, di un’opera naïf, perché l’autore su questi contenuti “bassi”, popolari, costruisce una trama linguisticamente stratificata, complessa, ‘colta’. La lingua utilizzata sembra semplicemente parlata, ma in realtà è frutto di ricerca, di studio, di ricostruzione filologica. (…) Alla fine ne risulta un atto di amore disincantato verso la civiltà contadina della sua Velletri, con un affettuoso scandaglio dei suoi difetti e dei suoi vizi; ma anche una riflessione amara sulla sua scomparsa, sul suo annientamento senza nessuna contropartita. In qualche modo sembra che l’autore sottolinei gli aspetti antropologici e filologici dei testi proposti, quasi più di quelli poetico-letterari.
In “’N mano no…!” ad esempio è una barzelletta, tratta dalla quotidianità:
’Na signora da Ernesto ’o macellaro: / “Bongiorno sor Ernè’, damme ’n filetto!”. / ’N foglio de carta grossa, e appresso ’n paro / de chella fina, che già fanno ’n etto. / Ce mette ’n cima po’ de carta ogliata, / mette ’a ffettina, e ’n cima l’atra carta… / fa ’n boticcio che pesa ’na chilata. / “So’ ventimila p’ ’a signora Marta!”. / “Ma te ce désse ’n córbo, ’n cima ’e mano…! / ’N chilo de carta, e ’a ciccia u’ rimasuglio…!”. / “Senza ’a carta, che vò’? t’’o metto ’n mano..?”. / “’Mbè certo, ’n mano no, ma manco ’n cuglio!”.
Il lirico incanto della campagna in “Certe specie de rimore” e poi…:
Ce stanno certe specie de rimóre / che ’n te fanno… ’n te rompeno i coglioni: / – comme te pòzzo dì? – comme si ’o core / glie ésse appresso, a tutti chilli sòni. / Tu piglia – che ne so? – quando va’ ’n treno: / tatàn-tatàn, tatàn-tatàn … te pare / de senticce tromme, tammuri, e armeno / docento atri strumenti de fanfare. (…) D’i vòti ’mmezzo ’a maccia co’ lo viento / che zoffia ’mmezzo ’e fronne d’ ’e castegne, / te pare da sentì comm’u’ llamento, / che chiama… ma chi è? ma che glie ’ngègne? / Pare ’a voce de mamma! O sarà nonna? / E’ essa, che arecconta du’ storielle, / chelle dóa, che énno sempre ’n tronna! / Rimano cionco, e me se ’ngriccia ’a pelle. / Gl’istesso te fa l’acqua quando ietta; / m’arecordo ’a sorgente d’a Donzella: / chillo rimore sordo d’a vaschetta / coll’acqua a ccavoletta d’’a cannella. / A recce pizze stéo là accuccato, / sentéo parlà: io stéo a parlà co’ nonna… / Lassù, u’ mmotorino smarmittato / me scìncia tutto. Pòzzi sbatte ’e corna.
Infine un’afosa giornata che anticipa l’estate in “Callodemaggio”:
Temmeroni riarzi ’n facci’’a ssole, / comme ranfe, rame de spinocaggio, / cecale che berbòtteno da sole, / già pare da sta’ a luglio, e stemo a maggio. / P’’o sole, gli’occi fanno pupazzella, / già s’è seccata l’acqua de Marcaccio, / se so’ affiarate ’e fratte de mortella, / si ’n fa dó’ gocce, che se fa, ’n ’o saccio. / Comme me movo, sudo comme ’n pórco, / pare che ’n capo ce so’ misso ’assógna, / sta ’n crònce ’o dammontaro, e ’o bifórco / se sente arescì l’agnima dall’ógna. / Toppe de tera toste comm’’o muro, / manco ’a gliucerda appizza ’mmezz’ a ’o sòdo, / gli’uva patiscerà, pò’ sta’ securo, / vabbè a ffa’ callo, ma ’n è chisso ’o modo…! / E’ ancora maggio e ’o callo t’arentrónna, / ’n callo mariano…, ’n callo d’’a Madonna!
 
Moreno Montagna all’inizio degli anni ’80, con la ripresa del Carnevale velletrano, è tra i sette fondatori e maggiori animatori dell’Associazione culturale “Università del Carnevale” che annualmente opera nell’organizzazione della festa. In quegli anni comincia a scrivere poesie, curando i libretti carnevaleschi, tra le quali due a firma Moreno (“Un uomo divino” e “Acqua, acqua, acqua”) riportate nella Letteratura velletrana di R. Zaccagnini insieme a “Carnevale s’appresenta a Gurgumiello” che ricorda lo stile di Alfredo Candidi.
Colombo Cafarotti ha pubblicato nel 1988 la raccolta poetica in dialetto velletrano, con vignette di Roberto Zaccagnini, Chi de caglina nasce, ’n tera ruspa. Le sue poesie, evitando i toni esagerati, puntano più al contenuto che alla forma e tendono a riprodurre un piano parlato familiare. “’N precissione, pe’ grazzia ricevuta” è una poesia in cui esterna una punta di cinico compiacimento nel racconto di una paradossale storia in cui una donna devota, anziché la grazia si becca una polmonite:
Ma doppo ’n’ora e mezzo de cammino / e ’n’atra ferma senza fa’ ’na mossa / denanzi ’a chiesa, glie piglià ’n freddino / che da le cianghe gli arentrà pe’ ll’ossa. // Cossì chella poraccia de Rebecca, / p’esse ita ’n precissione a pelle gnuta, / s’era beccata ’a permonite secca! / Pe’ ringrazzia pe’ grazzia ricevuta // d’èsse stata sarvata da lo male, / fece ’na migliarata de sternuti / e doppo dieci giorni de ’spedale / se ne ì deritta all’arberi pezzuti!
Un’improvvisa devastante grandinata (“’A gragnine”) può segnare negativamente un’annata di dure fatiche di un vignarolo.
Romano Mastrogirolamo, autore di numerose poesie in italiano, romanesco e velletrano, è l’unico ad aver sperimentato la composizione in versi sciolti dotati tuttavia di un buon ritmo, senza disdegnare talvolta l’uso di rime ed assonanze. Sulle singolarità fonetiche e lessicali del dialetto velletrano, R. Zaccagnini annota che mentre Luigi Capretti rileva la forza espressiva del dialetto locale e Lucia Mammucari fa notare con arguzia come certe caratteristiche somatiche non siano compatibili con l’abilità linguistica velletrana, R. Mastrogirolamo dà un esempio di “discorso velletrano” fatto di interiezioni, frasi idiomatiche e sottintesi che per essere capito fa appello alla perspicacia dell’ascoltatore. La poesia “’O rischio” si articola in un dialogo in cui sembra che non si dica niente e invece si dice tutto:
Si ’nteso mai lo vino bono / che si t’ ’o bevi te fa dine: / ahó, ma chist’è vino…! // Cossì è lo Velletrano / patre, figli e matre: / ’i sienti descure / e, nun te sbagli, / so’ de Velletre…! / Ce sa fa’ troppo, / pare che ’n t’ha ditto gnente / e ’mmece… t’ha fatto capì tutto! / Mó sta’ ’ssentì, ecchelo: / Parla isso: // “Ma ch’è raggionamento, chisso?!… / si pe’ caso, dice chillo, / oggi e dimane, / chesto e chello, / le cose nu’ gireno / comm’honno da girane, / ahó, ma n’ ’o capisci mó ttune? / Io dirìa, aspetta più gnillane, / damme retta, coddì, dice coso, / facenn’accossì, / pò esse ch’ha fatto / ’na cosa più chessì… / io so più vieccio… / m’ha’ da sentì!
 
Tra i poeti citati nell’opera di Roberto Zaccagnini figurano anche Luigi Starace (Castellammare di Stabia 1938) autore di poesie in velletrano pubblicate sul settimanale locale “La Torre”; Mario Mancini, poeta prevalentemente in lingua ma anche autore di poesie in dialetto; Alessandra Polzoni , autrice di testi poetici non pubblicati in volume, tra i quali la divertente “’O dialetto e l’italiano” (meglio un buon dialetto che un cattivo italiano):
– Lascia perde de scrive ’n velletrano! – / – Giggé’, ma l’italiano è compricato, / e ’o scrive bene solo chi ha studiato // e pe’ noa è più facile ’o dialetto, / ma è bello si parlato propa schietto; / si ’mmece tu lo ’mmischi all’italiano / po’ lo descurzo t’aresona strano. // Si a parlà bene ’n ce si abbetuato / n’ ’o fa’, pe’ noa, ca’ cosa de sbagliato! / Li verbi, a da’ der lei, der voi, der tu, / tu ’mbrugli tutto, e nu te fermi più. // Me fa ride, si tu a ’n sito s’i stato, / e pe’ parlà bè, dichi “là ci ho andato”, / oppuramente, pe’ ’n dì “so’ magnato” // si sta’ a parlà co’ uno c’ha studiato / te n’aresci co’ “io sono mangiato / e m’ ’a coglio che mó mi ho attrippato”. // E chella che stea là pe’ ’o Ponte Roscio? / M’ha reccontato una che conoscio / che a ’n giovinotto che gli’oléa parlà // gli’arespuse secura là pe’ là: / “se ne vada che non vi pòzzo ascoltà, / ’n saccio chi si’, e co’ lei ’n pozzo parlà!” (…)
Nel libro di R. Zaccagnini sono riprodotte alcune poesie di Lea Petrilli (1927-2019)che evidenziano la sua capacità di ritrarre personaggi della vita locale. Giuseppina Ceraso è autrice di poesie in lingua e in dialetto sulle vicende quotidiane con un piglio ironico “alla velletrana”, come in “’E bbuce a Velletri”. Alle ste sse vicende si appassiona Franco Zaccagnini, autore di poesie pubblicate sul settimanale “La Torre”.
Segnaliamo infine un articolo di Roberto Zaccagnini, sul sito Poeti del Parco, sul poeta velletrano Nando Pallotti (11.4.1927 – 15.11.2009)
Antologia
ALFREDO CANDIDI
 
Come è buono il vostro vino
Iamo a fasse ’n biccerotto / a la rena ch’o te’ bono
si de uno po’ so’ otto / è glistesso, che glie fa?
Me ce trovo abbetuato / a lo vino de Velletri
senza mai repiglià fiato / un mestello m’ò’ scolà.
E ssi qua stò po’ de tempo / aremetto li colori
pecché ’o stommico m’ ’o vembo / ma deiuno ’o faccio sta’.
Pe’ le vene me lo sento / comme barzimo passane,
e si è freddo e tira vento, / atro ’n faccio che sudà.
Me ce lagrimeno gli occi / quando bevo a l’atri posti,
e si ’n tengo li finiocci / solo abballe nun ce va.
’Nvece qua ’na scorpacciata / m’arescalla tutta ’a vita,
e a deiuno ’na giornata / si ce serve pozzo stà.
Si che vino, si che vino / che facete a ’sto paese!
si abitesse più vecino / tutte ’e dì vorìa stà qua.
Comme propa ’o lavorete / pe’ ’ngordì ’cossì la gente?
lo segreto m’ ’o ’mbarete / che da mi me l’òglio fa?
 
Filippuccio gli fa scuola
T’ ’o ’mbarà? Eccome pronto / te comenzo ’a filastrocca
poni mmente ’n fa lo tonto / tiempo ’n tengo da sciupà.
Se comenza c’’o potane, / po’ se’nfrasca e se sarmenta,
e appriesso a lo scozzane / areriva lo ’nfrascà.
Dapó’ pigli attacchi ’n canna / aregazzi tiri ’e treccie,
e repassi si ca’ canna / te tocchesse a rerizzà.
Comme sbracceno le vite / ’n pò’ dormì più manco ’a notte
p’a stracchezza te fa’ mite / ’n te ne va più da scherzà.
Co’ dà zorvo e dà ramato, / co’ spiccià e levà nepoti,
’n tié’ lo tiempo iosacrato / manco più da ì a magnà.
Si po’ dormi nun è uguale! / pecché a ottobre nun vennegni;
’nsino a ’o canto d’e cecale / tié da stà sempre a trottà.
Fatta la scugliarciatura / te ce sdrai sotto a ’o fresco,
te spupazzi ca’ cratura / ’spietti gli’uva che se fa.
 
I preparativi
Mentre i grilli de vennegna / te la fanno ’a serenata,
tu t’appicci po’ de legna / e te cuoci da magnà.
Restorato bussi ’a votte, / la comensi a fa refà,
si ce stanno ’e toghe rotte / lo vottaro ha’ da ciamà.
Po’ te ’ncartichi ’a crapona / co’ la zeppa e li giornali,
si ’n se cieca che n’è bona / po’ de zorvo fa’ squaglià
Co’ mmartello e mmartellina / t’arestregni be’ li cerci;
e co’ n’atra annacquatina / quasi quasi po’ passà.
Quando è pronta te la ’mbosti, / comme sposa, a la capanna,
si ha’ bisiogno va’ dall’osti / e l’acconti te fa’ dà.
Doppo ’sta manovra fatta / pigli scifa e mmastelletta
glie dà addiosso a gli’uva fatta / pe’ mettella a fermentà.
Quando’o sugo è chiaro svini / po’ te tuorci lo venaccio
e co li bicceri pini / glie da’ sotto a schiccherà.
 
GIULIO MONTAGNA
 
Nu’ i’ drento amore mio…
 Nu’ i’ drent’Amore mio, sta qua dde fòra
solo pe’ nnova ’sta campagna addora.
’Gni bbacio Tio ’sto core m’arestora.
A mmalapena sarà passata n’ora.
Da quanto poco fa ’o sole caléa
’e labbra me si ddate a ccolomìa.
N’era patreto che a chiamà Te stéa
t’ha parzo ma nun era ’a voce sìa.
Io bben’ ’o vedo che d’ ’a grotta sbucia
va a i’ a vedé comm’è ch’o cane sfrocia
po’ porta drento nonnetta ch’è llècia
e ’na matticella da mette ’ncim’ ’a bracia.
Sott’a sto melo che ce fa a capanna
io Te siento tremà comm’a ’na fronna
’n cim’ ’a paura Tia ’a mia s’affanna
e ’n cim’ ’o pietto Tio ’o mio se fiomma.
’A pelle Tia co’ chella mia s’abbacia,
sent’ ’a canassa Tia pare ch’abbrucia,
sento ’n cim’ a ’sso corpo de bammacia,
’o core mio scoppià drent’ ’a cammicia.
’A sera fresca ’o vienticiello manna,
se porta fin ’a mmare a batte l’onna
’n cim’ ’a vocca Tia ’a mia s’affonna
e ’n cim’ ’o Tio ’o core mio trabbonna.
(llècia: flemmatica; trabbonna: trabocca)
 
La morte di mio padre
– Figlio figlio, quanti sassi
stanno’n ponta a ’sta scarpata…
che fatica a mette i passi,
mo’ già vedo ’na vallata…
Sto cerchenno ’a calatora,
vaglio abballe a scivoglioni.
Zeppi e radiche de fòra
che me sgàreno i cazzoni;
tutte ste fratte de rovi…
Nu’ m’aresce da spassalle
sento strilli annanzi e areto;
tengo da sfonnà ’n canneto.
Ma è ’sto fuosso, figlio bello
che nun pozzo attraverzane;
zombo a lungo ma ’n gn’ ’a faccio
l’acqua me jetta de quane. –
– Padre mio, si te potrìa
da’ ’na mano ’n pochettino…
Te se squassa ’sso torace
steso ’n cima a ’sso lettino…–
– Figlio l’acqua me straporta…
Che paura tengo, Oddio. –
– Padre mio, damme ’ssa mano
che t’aiuto puro io.
Zomba! Zomba n’atra volta! –
– Ecco, figlio, so’ passato… –
Io te guardo e piagno piano.
’O torace s’è fermato.
Cenni biobibliografici
Battisti Gianni, nato aVelletri nel 1947, bidello all’ITI G. Vallauri e autore di poesie, negli anni ’70 porta in teatro suoi testi dialettali con la “Compagnia Artemide”, in cui recita. Nel 1977 con Mauro Candidi costituisce la “Compagnia Dialettale Veliterna” (che nell’89 prenderà il nome “’O capannitto”) e scrive “Casa nova, vita nova” e “’O reduce”. Nel 1997 Battisti porta in scena i suoi lavori: “Pensione Reccia Mozza”, “A scola da i ‘Gnorantelli’” e “Che tocca a fa’ pe’ Inese”.
Capretti Luigi (Velletri 1935-1997), dopo una prima esperienza giovanile con poesie in lingua, sceglie di scrivere in dialetto. Le sue poesie sono state pubblicate postume nel 1997 nella raccolta Velletri arecconta: il luogo e lo spirito del luogo con un’introduzione della nipote Anna Maria.
De Crais Romolo è nato a Velletri nel 1927. Maestro elementare, maestro di vita e cultore del dialetto, di cui fu il più attivo utilizzatore. Iniziò l’attività teatrale con la filodrammatica “Circolo S. Filippo Neri”. “I bocchi ‘n so ppe tti!” gli conferì l’immagine di “personificatore del dialetto” e i due protagonisti, Gliopordo, da lui interpretato, e Prungaccino (Italo Zaccagnini), sono diventati le maschere del teatro velletrano. Ha scritto nel 1993 “Non ti resta che… ridere… spontaneamente!”.
Guidi Amedeo (Velletri 1893–Roma 1977) è autore del libretto di endecasillabi in velletrano: O Duce a Velletri pe’ l’inaugurazione dell’acqua do’ Sembrivio (1932), pubblicato in quella occasione.
Iachini Giovanni Battista (Velletri 1860–1898) avvocato, figlio del notaio Giuseppe, si laureò in Giurisprudenza all’Università La Sapienza di Roma. Nel 1884, a ventiquattro anni, pubblicò Poesie in dialetto velletrano. Della raccolta si ricordano: “’A precissione” e “La battaglia di Marino. Morì nel marzo 1898, a soli trentott’anni.
Mammucari Lucia (Velletri 1929) sue poesie sono apparse sul settimanale locale “La Torre” (a firma Samalù); nel 1988 ha pubblicato la silloge poetica Velletri mia; nel 1994 la raccolta di proverbi, detti e preghiere in dialetto velletrano Discorso antico; è autrice della farsa “Cicco Periglio”.
Mastrogirolamo Americo (Velletri 1904-1992), agricoltore, abbandonò gli studi per aiutare i genitori nel lavoro, fu assessore all’agricoltura nel 1948 e poi nel 1954. Tra i fondatori della “Cantina Sociale” di Velletri, pubblicò nel 1970 La guerra a Velletri (8/9/1943-2/6/1944), ampliata poi nel 1976: La guerra a Velletri (8/9/1943-2/6/1944) ed altre poesie anche in dialetto velletrano.
Natalizi Sandro (Velletri 1956-2017) di famiglia contadina, gestisce un ristorante. Presidente del Circolo Arci Club locale dal ’90 al ’96, ha collaborato al Carnevale e partecipa alle Feste dell’Uva e dei Vini con performance musicali e teatrali. Autore di teatro dialettale, con la sua “Compagnia Anim’Azione Velletrana”, ha diretto e interpretato commedie, tra cui “’O Sogno” e “’O rinale c’a porta”. Il suo è un teatro realistico in cui si sentono i sapori e gli odori.
Montagna Giulio (Velletri 1935), agricoltore e commerciante, dagli anni ’80 partecipa a numerose attività culturali nella sua cittadina. Scrive su settimanali locali. Le sue poesie sono nell’antologia La letteratura velletrana di R. Zaccagnini. Nel 1998 ha pubblicato la raccolta poetica in velletrano Il sapore della terra; nel 2007 Cantonicci velletrani e nel 2008 il poema cavalleresco Passione nostrana.
Montagna Moreno (Velletri 1949), all’inizio degli anni ’80 è tra i fondatori e i principali animatori del rinato Carnevale. Ha scritto poesie, curando i libretti carnevaleschi, pubblicate in parte in La letteratura velletrana di Roberto Zaccagnini.
Polzoni Alessandra (Velletri 1925) scrive poesie in velletrano, mai pubblicate prima del 1997, quando R. Zaccagnini ne inserisce alcune nel libro La letteratura velletrana, 1997, pp. 331-335.
Starace Luigi (Castellammare di Stabia 1938) scrive poesie nel dialetto di Velletri. Sue poesie sono in La letteratura velletrana di R. Zaccagnini, 1997, pp. 325, 326.
Zaccagnini Franco (Velletri 1930-2007) è stato ragioniere e giornalista (dal 1950, a “Il Corriere dello Sport”). Già membro e animatore del Centro Studi Veliterno, fu tra gli organizzatori del Festival Nazionale della Canzone di Velletri. Grande la sua passione per il teatro. Calcò le scene con varie compagnie, anche con lo zio Italo e con Romolo De Crais, da interprete a regista: sua la regia di innumerevoli repliche de “I bocchi ’n so’ ppe’ tti!” e “Uno, Icchese, Doa”. è autore di: “La vera storia di Biancaneve”, in parte in lingua e in dialetto; e “IV Alimentare”, atto unico in velletrano.
Zaccagnini Italo (Velletri 1914-2010), papà di Roberto. È stato il mitico Prungaccino nella farsa “I bocchi ‘n so’ ppe tti!”.
Zaccagnini Pio (Velletri 1909-Latina 2006) Medico, dal 1952 diventò primario dell’ospedale di Latina, e infine primario nella Clinica San Marco, dove lavorò fino all’età di novant’anni. Fu grande atleta (nel 1934 è nella squadra preolimpica di ginnastica e recordman italiano sugli ottanta metri). Suonava violino e pianoforte, recitò in teatro. è l’autore (1934) di “I bocchi ‘n so’ ppe’ tti!”. Scrittore e poeta, tra il 1981 e il 1999 ha pubblicato: 1000 barzellette in dialetto velletrano; Storia di Latina dal diario di un medico; 120 poesie in dialetto velletrano; ’A nova predissione; Storia di un Capricorno e Romanzo di un medico povero.
Zaccagnini Roberto (Velletri 1953) dal 1981 esercita la professione di “libraro” e cura in proprio le Edizioni Scorpius nelle quali ha proposto numerosi titoli sui diversi aspetti culturali di Velletri. In esse sono state pubblicate le sue opere tra le quali: Il dialetto velletrano (2004), La letteratura velletrana (1997), I giochi di strada (1998), Le tradizioni velletrane (2001), La tradizione della Pasquella (2006), La cucina velletrana (2008) e le raccolte di poesie in velletrano: S.P.Q.V. (1993), Ossi de formica (2000), Fumate de pippa (2000), Novine de cocozza (2005) ed il DVD Vivi, morti e cacamiracoli, di poesie velletrane da lui stesso interpretate.
Bibliografia
AA.VV., Padre Laracca nelle poesie degli amici, Edizioni Scorpius, Velletri, 1998.
AA. VV., L’Accademia letteraria Volsca Veliterna, già società Letteraria dei Volsci (scritti di AA. VV. dal 1837 al 1938, estratto 2002, Edizioni Scorpius, Velletri.
Cappiello, Luigi, Il ’sa velletrano e il ça francese (1923), ristampa Edizioni Scorpius, Velletri, 1996.
Capretti, Luigi, Velletri arecconta. Il luogo e lo spirito del luogo (poesie in dialetto velletrano, Edizioni Scorpius, Velletri, 1997.
Capozzi, Enrico, Gliocia strovita – Farsa in dialetto velletrano (inizio sec. XX), pubbl. Edizioni Scorpius, Velletri 1999.
Crocioni, Giovanni, Il dialetto di Velletri e dei paesi finitimi. Estratto dai studj romanzi 1907, Rist. Edizioni Scorpius, 1993
De Crais, Romolo, Non ti resta… ridere… spontaneamente!!! Raccolte di prose e poesie dialettali, (Tip. Velletri 1993)
De Mei, Ferdinando-Mammucari, Renato, Velletri: viaggio dentro la città, Velletri, Editrice Vela, 1983
Guidi, Amedeo, ’O Duce a Velletri – Pe l’innaugurazione dell’acqua d’o Sembrivio – Versi in dialetto velletrano (1932) III ristampa, Edizioni Scorpius, Velletri, 2008.
Guidi, Renato, Sul fronte di Velletri, Edizione a cura Civica Biblioteca di Velletri, 1964
Iachini, Giovanni Battista, Poesie in dialetto velletrano: 1884, Velletri, 1884, Rist. Ediz. Scorpius 1982-1984-1986-1988
Iachini, G. B. – Roberto, Zaccagnini (a cura di), Poesie in dialetto velletrano, IX ed., Edizioni Scorpius, 1992
Ive, Antonio, Canti popolari velletrani: Raccolti e raccontati, Bologna, Forni Editore, 1972 (ristampa Anastatica dell’Edizione di Roma 1907)
Laracca, Italo-Laracca, Luigi (a cura), Raccolta di soprannomi e stornelli velletrani, s.e., s.l., 1991
Luciani, Vincenzo e Faiella, Riccardo, Castelli Romani e Litorale sud. Dialetto e poesia nella provincia di Roma, Roma, Ed. Cofine, 2010
Macchia, Benedetto, Compendio di storia patria. Velletri, Ediz. Scorpius (I ediz. Tip. G. Zannola, Velletri), 1954
Mammucari, Lucia, Velletri mia. Componimenti in versi in dialetto veliterno, 1988
Mammucari Sampaolo, Lucia, Discorso antico: raccolta di proverbi, detti e preghiere popolari in dialetto veliterno, Lanuvio, Corrado Lampe Editore, 1994
Mammucari, L., Il vignarolo velletrano di ieri e di oggi: appunti di vita contadina, Velletri, 2002
Ponzo, Giovanni, Velletri e il vino, Velletri, Veliterna Grafica, 1992
Mammucari, Lucia, Zibaldone veliterno (poesie vell.), 2009.
Montagna, Giulio, Il sapore della terra. Poesie in dialetto velletrano, Velletri 1998.
Montagna, Giulio, Cantonicci velletrani, 2007.
Montagna, Giulio, Passione nostrana. Poema cavalleresco, 2008.
Sempre attorno a ste vigne s’ha da stane. Sonetti velletrani inediti del Settecento, a c. di G. Giammaria, Edizioni Scorpius, Velletri, 2004.
Tersenghi, Augusto, Costumanze antiche di Velletri Ricerche Storiche, Velletri, Tip. G. Zampetti, 1935
Tersenghi, Augusto, Saggio storico di Topografia e Toponomastica veliterna per la conservazione dei nomi delle strade e delle città nel 1930, Velletri, Tip. G. Zampetti, 1992 (in appendice un aggiornamento di Roberto Zaccagnini)
Tersenghi, Augusto-Zaccagnini, Roberto, Saggio di Topografia e Toponomastica, Velletri, Ediz. Scorpius, Libr. n. 6 v. Croce
Tomasini, A., L’ostaria di Velletri, I Edizione Ronciglione (fine sec. XVIII), Rist. Velletri, 1993
Venditti, Antonio, Velletri: storia di una città millenaria, Editrice Vela, 1975
Venditti, Antonio, Poesie e canti in dialetto velletrano, Velletri, Editrice Vela, 1976
Zaccagnini, Pio, 120 poesie in dialetto velletrano (per soli adulti), Vol. I
Zaccagnini, Pio, 1000 barzellette in dialetto velletrano, Vol. II (1981 Tip.)
Zaccagnini, Pio, I bocchi ’n so’ ppe’ tti!, Commedia in dialetto velletrano in due atti – Il classico del teatro velletrano – Il testo, la storia, gli interpreti, a c. Roberto Zaccagnini (testo del 1934, pubbl. nel 2002, rist. 2009 libro + DVD), Edizioni Scorpius, Velletri.
Zaccagnini, Roberto, Sonetti poesie quartine velletrani, Ediz. Scorpius, 1993
Zaccagnini, Roberto, Il dialetto velletrano. Grammatica ragionata e vocabolario etimologico, 1994 (presentazione Prof. Ugo Vignuzzi)
Zaccagnini, Roberto, La tradizione della Pasquella a Velletri, 1994
Webgrafia

ultimo aggiornamento 03-06-2019

Due video di poesie in dialetto velletrano recitate dall’autore Roberto Zaccagnini, tratte da Vivi, morti e cacamiracoli.