113 – TREVIGNANO

 

TREVIGNANO ROMANO (4.693 abitanti, detti Trevignanesi) a 44 km da Roma e a 173 m slm è situato sulla riva settentrionale del lago di Bracciano, in corrispondenza del più piccolo dei due crateri vulcanici che costituiscono lo specchio d’acqua.
Il paese sorge sul sito di un centro etrusco-romano, forse l’antica Sabatia., ma le sue origini, come dimostrano ritrovamenti in località Montecchio risalgono all’epoca preistorica e protostorica.
 
IL DIALETTO DI TREVIGNANO ROMANO:
 
  1. I vocabolari e le grammatiche
In Come parlavamo. Dai ricordi degli anziani trevignanesi di Luigia Cecchini e Aldo Lorenzini sono contenuti 2800 vocaboli. Eccone alcuni:
artavello (rete da pesca a maglia piccola per anguille, capitoni e altro), barbacà (pietra sagomata sugli spigoli dei muri delle case per evitare che le ruote cagionassero danni; pietra di confine nei terreni), bava (schiuma che si forma sulle rive del lago per le onde mosse da un vento leggero), beccafìca (canna sbeccata in cima, usata per cogliere i fichi torcendone il picciolo), bevararèllo (budello di maiale aromatizzato e affumicato sotto il camino), bìghiri (cannolicchi), bócca de cìjo (il limite dove l’acqua del lago diventa improvvisamente scura a causa del dislivello del fondo dovuto alla sua natura vulcanica. È il luogo dove si pesca bene il luccio), bòco (osso di pesca, più grosso del normale, usato una volta dai monelli per giocare a castelletto; scurr. culo), bottonàta (battuta sarcastica, stoccata), bronnà (avvampare la biancheria col ferro da stiro troppo caldo), brùja (branco di pesci piccoli), burrètto (qualità di fagiolino tondo, piccolo, molto tenero), buscicó (persona grassa), cacamàzzo (emorroidi), cacciarèlla (battuta di caccia alle folaghe che si praticava sul lago, nel golfo di Cucurnino), calamìta (cefalo di medio peso, particolarmente buono perché vive in acque profonde e chiare), cambiazione (cambiamento del tempo), capróna (incavatura circolare interna alle due basi della botte, dove si incassano i fondi), catózzo, cotózzo (tipo di pugno inferto di volata sulla testa con le nocche delle dita), cavallucciàri (boscaioli furaschieri che venivano per tagliare la legna del bosco di Rocca Romana e trasportarla all’impósto, luogo dove si accatastava la legna; venditori di cavalli nelle fiere), ’ccelletti (polpastrelli gelati delle dita), cento ràmpe (millepiedi), cervellétti (polpastrelli), ciambronàra (vegetazione cresciuta in modo aggrovigliato), ciuccicà (fare solletico), ciùccico (ascella), codipézzo (osso sacro, in senso spiritoso), consuprìno (figlio di cugino), crotògnola, crotognele (bernoccolo), erbare (alghe che dal fondo del lago emergono in superficie non lontano dalla riva allargandosi fino a creare veri e propri tappeti soprattutto d’estate), fìtta (il primo solco della vangatura), fonnùto (profondo; lo punto più fonnuto de lo lago sta sopra ar Colle, cioè il promontorio sul lago tra Vigna Orsina e Vigna Grande), frajato (si dice del seme che sbotta per mancanza di acqua, perdendo così la forza di germinare), gàmmoro (gambero; furbacchione), garagó – gorigó – li garagó (coregone, divenuto con il luccio piatto locale tipico), jocchì (qui), jollà (là), jollì (lì), lanciatora (fiocina a 4-6 rebbi per la pesca notturna con le lampade che allumavano i pesci), lu(s)cèrdala (lucertola), lustróre (luminosità nel cielo all’alba), mammacchióna (donna florida, ben portante), margóffa (donna grassoccia e goffa), montacchiò (persona corpulenta), panza de vecchia (qualità d’oliva), pennolìcchio (pisellino dei bambini), placche (mutande che indossavano una volta le donne anziane, costituite da un lembo di stoffa che dal dietro, passando fra le gambe, girava sul davanti; i due lembi si legavano alla vita con lacci), radica gialla (carota), rìschie (scaglie di pesci), rispizzicà (guadagnare moderatamente), rosume (il tritume del fieno che cadeva dalla mangiatoia durante il pasto e che le bestie recuperavano), sallàzzoro (trasandato, malridotto), scarpiàttala (donna brutta e insignificante), schiaràta (pesca con la sciàbbica alle prime luci del giorno), sdegnato (si dice di un callo che si è infiammato, di un neo che degenera), sguardolàta (riferito a donna di facili costumi), sguìcia (forte fame), smarzà (superare l’inverno), smuciàssi (cadere battendo la faccia), zuzzumàja (scarti che si buttano via).
 
2. I proverbi e i modi di dire
A cico a cico (a poco a poco), a culo barzó (stare piegato col sedere in alto, come nella raccolta delle olive), a gattàggio (andare in cerca di avventure amorose), a gaùsca (rimanere al verde), co le biastìme ce ’ccenne lo foco; ’n te pià tanta callanza (non ti prendere tanta confidenza), ’a cappasòdo (lavorare il terreno in modo superficiale e disordinato), culagghiètro, a cularreto (all’indietro), curvazìe (curve repentine che facevano i ragazzi correndo per evitare le percosse), bócca de frégna (persona che dice sciocchezze; persona schifiltosa nel mangiare), fà ciòla (essere costretto al silenzio), fa fichetta (mettersi in mostra), fanne coppiette (ridurre male), fanne ’na cesa (menare a più non posso), fa mola (rovesciarsi); moco moco (mogio, avvilito), pinto pinto (preciso, giusto giusto), culo a trasto o scegni a terra (o ti metti seduto o scendi; trasto: tavola della barca dove siede il rematore), lo faògno mòve lo mare co tutto lo fònno; Quanno l’acqua va in amore, a primavera fa la bbava (anche l’acqua del lago va in amore in primavera e fa la schiuma).
 
3. I toponimi e i soprannomi
Tra i circa 200 soprannomi di TREVIGNANO in Come parlavamo…: Barboretto, Bocca storta, Cacatozzo, Capiscio’, Ciancaribella, Falocchietto, Grastabecco, Mezzo culo, Peppecaco’, Petacchiona, Pippitambu’, Safatutto, Strappacarzo’. Dallo stesso libro ecco alcuni toponimi: l’Ara de li celletti, Lo Campo della scomunica, Cucumino, le Gretelle, Marcoroscio, Piana de capoccia, Spalle de lo possesso.
 
4. Canti – filastrocche-indovinelli – giochi – gastronomia – feste&sagre-altro
Feste e sagre. Festa patronale di San Bernardino da Siena (20 maggio) con sagra del pesce marinato per ricordare una pesca miracolosa del XVI secolo per intercessione del Santo.
Festa dell’Assunzione (15 agosto) con processione sul lago della statua della madonna seguita dalla barche dei pescatori addobbate con lampioni di carta colorata.
 
4.1 Canti
 
4.2 Filastrocche, indovinelli, invocazioni, scongiuri
Imprecazioni di TREVIGNANO: Mannaggia a sette frasche e tutto san Frascheggio!
Mannaggia ’na botte de Santi e Cristo pè tappo!
Mannaggia ’na barrozza de Santi e Cristo pè timò.
Che te pozza scoppià la vena artèra.
 
4.3 I giochi
Da Come parlavamo riportiamo i giochi:
Frìgito: gioco di ragazzini consistente nel colpire, con lo scatto del pollice sull’indice, con la propria pallina (di coccio o vetro o acciaio), quella dell’avversario. Pitulìna: colpetto a scatto del dito medio o indice contro il pollice; gioco infantile consistente nel colpire con una pitulìna palline di coccio o di vetro accompagnandole con la formula “pitulina, pitulona, scrapio”, al fine di farle cadere, al terzo colpo, in una buchetta predisposta nel terreno.
 
4.4 La gastronomia
 
5. I testi in prosa: il teatro, i racconti
Da Graziarosa Villani in La Voce del Lago “Attori per caso e per passione” (n. 11 – gennaio/febbraio 2003) apprendiamo che Luca Marrocco, Gianpiero Nardelli, Maurizio Massaccesi, sono protagonisti appassionati del grande fermento culturale che dà vita a decine di compagnie di teatro amatoriale che da Bracciano, ad Anguillara, da Trevignano a Canale Monterano, cercano pubblico. Tra l’indifferenza delle amministrazioni comunali. Scoperti e valorizzati, nonostante la cronica carenza di spazi adeguati, da una schiera di registi ed autori: Anthea Kearly Triossi, Stefano Cipolletta, Franco Scalise, Esper Russo, Vito Cipolla, Fabrizio Catarci.
Ecco un brano della commedia Ma c’emo proprio da rinnà…?, rappresentata dalla Compagnia Teatrale “La Pastocchia”, scritta e diretta da Stefania Stefanelli e Maurizio Francesconi, con la collaborazione di Simona Stefanelli, con Fabio Cavalieri, Adele De Santis, Paolo Falasca, Fiorenza Fani, Carla Gazzella, Barbara Mariotti, Giancarlo Perconti, Ennio Sebastiani, Dario Sforzini, Federica Sforzini.
Adele– Te la ricordi la predica che t’emo fatto iersera a cena co tu patre? Nun fa ’rsolito tuo, che già li primi giorni, appena li maestri aprono lo registro rincominci: “maestro, me dole la panza, maestro, me dole la capoccia, maestro mesà che c’ho davè che lignetta de febbre…” che si pertantè rivienghi a casa ccompagnata da la moje de Poncio, c’ho da rivenì de currenno dar mercato, te strangolo, te tiro lo collo come li gallinacci. E la sera quanno riviè patrito da lavorà, ppura si dè stracco morto, te ritoccono sopra.
Barbara – Ma ’nte preoccupà, che nun me pia gnente, e va tranquilla ar mercato, pò si ho da stà proprio male vorrà dì che dimà me tienghi a casa. Allora: lo morbillo ce l’ho avuto, la rosalia pura, ncarbogno de quelli neri me lo tiri sempre quanno te fo rrabbia, ma se vede che nun gira perché nun me pia mai. Me potrebbe fa venì la varicella, che dichi ma’? Sì, sì, perché quella dura tanto dice. Prima le bolle co l’acqua, poi hai da spettà che te cascono le croste, guadagno nzacco de giorni… se po fa, se po fa…
Adele – E questi sarriono li sentimenti bboni che c’hai? E co’ chi ho parlato fine a mò, nun me si stata pregnente a scortà. Fai sempre ccosì. Nun te ricordi che ier sera s’ era freddata pura la minestra co li finocchietti e le codiche, che pe quanto me nnava me bolleva ’ncorpo. Facevo pura l’ occhiataccie a tu patre ch’ eva preso via e nun ze zittava più, quello camuto, va bè che la predica te l’emio da fa, ma nun lo so che jeva preso jersera che nun la fenisceva più. C’aveva ’nzocchè che quell’occhi erono stralunati…
Barbara – Erono da pesce fracico! Pareva n’anguilla sbattuta perterra!… antro che stralunato… ma nun è che se sarrà ’nnamorato de quarche bella rumena!!! Eppura le telenovele nun te ne perdi una, nun lo sai come vanno ste cose?. Pò ma’, me chiedeva le spiegaziò pe mannà li SMS che ho penzato: va, lè scafato papà. Potrà essa che scrive a mamma? Sarrà!..
Adele – Zittiti svergognita, nun lo dì manco pe scherzo, che si quello finente mò nc’ha penzato jelo metti nterito tu…
Barbara – Che lagna, mà, e che ce sarria de strano, nun sarrissi né la prima e né l’urtima. Ccossì fo la fia moderna, quanno ricconto a scola dico: mi matre, mi patre, la moje de mi patre, che ne sai quanti ce ne so che parlono ccossì… mesà che me fa più scicche…
Adele – Si nun la pianti te do na scarpata su la bocca che te fo scappà ’n fiotto de sangue. Marguidata. E chi ta l’ha ’mparate a dì ste cose. Zozza, svergognita, bocca senza patrò. Ringrazia Dio che co tu patre nnamo d’accordo, sinnò tutta sta grascia te la scordavi. Ce ne so pochi de fii sbattuti de qua de là… io mbè, te sbattaria là lo muro quanno fai ccossì, ma nun me vojo nturvidì de più e te lascio perda.
Barbara – Ma fia quanto te ’nturvidisci pe poco. Antica!!! L’ho ditto pe cambià discorzo sinnò sempre co sto studià, studià. Ma nun vedi quanto me so sciupata pe sta sempre su li libbri, paro na renga, no tu che dichi sempre che nun studio, nun studio, perché li libbri so novi novi. Certo, ce sto attente che te credi, co quello che costono, ma pò che ce fò, si doppo da grossa vò a fa la ballerina a la Scala.
Adele – Brava, da dimà te la do io la scala! La scopi, la lavi, co mocciolo de leda, la sporviri, pulisci lo currimano e co la carta vetrata quella fina, scancelli quelle scritte de la spesa su lo muro, che pe ricordattala pii l’ appunti mentre scegni le scale, che te pozza ’nvelenatti sbuderata… (…)
 
6. I testi di poesia
 
Antologia
 
Cenni biobibliografici
 
Bibliografia
Cecchini, Luigia e Lorenzini, Aldo (a c. di), Come parlavamo. Dai ricordi degli anziani trevignanesi, (Vocabolario e appendice: nomi insoliti; soprannomi, nomi vezzeggiativi e dialetttali; toponimi) s. l., s. e., [Tipolitografia A. Spada, Ronciglione VT], 2006.
Luciani, Vincenzo e Faiella, Riccardo, Le parole salvate: Dialetto e poesia nella provincia di Roma; Litorale Nord, Tuscia romana, Valle del Tevere, Roma, Ed. Cofine, 2009
 
Webgrafia