109 – SUBIACO

SUBIACO (8893 abitanti, detti sublacensi. A 408 m slm). Collocato sopra un colle, alla destra del fiume Aniene e ai piedi del Monte Calvo, Subiaco conserva l’aspetto tipico di un borgo medievale, con strade molto strette e case munite di scale esterne e bei portali.

IL DIALETTO DI SUBIACO:
Pina Zaccaria Antonucci è autrice del Piccolo vocabolario sublacense, preceduto da una prefazione con sintetiche indicazioni di grammatica e fonologiadel dialetto di Subiaco. Tra di esse quella sulle parole uscenti in iglju che al plurale si mutano in élla (’ssopazziglju ’ssopazzélla); sulle parole uscenti in uru al maschile e in óra al femminile, come abbeoraturu, ruzzicaturu, magnaóra e ammazzatóra che risentono della forma perifrastica attiva latina. La pronuncia, benché Subiaco sia compresa nell’area linguistica romano-laziale, è aspra, stretta, caratterizzata dall’articolo ju e dalla chiusura in u dei termini maschili. Le origini della lingua, nonostante un ricco retaggio di latino, vanno ricercate nell’antica civiltà osco-equicola, quando l’asperità del luogo e le scarse comunicazioni facevano della Valle dell’Aniene un’isola con precipue caratteristiche.
C’era, nell’antica pronuncia sublacense una v che equivaleva ad una v doppia (w) e veniva pronunciata con una u semiconsonantica (uarzóne, uarnéglju, uastóne). Il sublacense contrae la v in determinati casi: òta, nu asu, ua, aocàtu, ecc. Dice regolarmente vicuju, jovetà, vinùcchju, ecc. Contrae anche la b nei casi di ócca, ótte, occóne, óccale, ózzo. La lettera d è scomparsa in cóa, suóre, ènte. La g per metafonesi diventa v in vattu, valle. Il ci, ce dolci si trasformano in s (alla francese) in basu (bacio), casu (cacio), ecc. Il gruppo mb diventa mm in tammuru, ciammella.
 
  1. I vocabolari e le grammatiche
Dal Vocabolario prima citato preleviamo:
accecà (far tacere le campane in segno di lutto il Venerdì Santo), agnilìa (gengiva), ammurianà (ammusare, come le pecore), Anièle (Aniene), appettà/appettatóra (salire, arrampicarsi/salita), ara porta a casa (razzia, ruberia), bannèlla (fiocco di neve), bardasciu (ragazzo), battisécchia (mungitore, nel gergo dei pecorai), bazzicòtto (matrimonio accordato fra sensali), bissècolo (lisciapiante; piccola roncola), cacàglia (paura), cacallacqua (pauroso), cacammani (ciclamini), càfaru (persona rozza), cafùrchju (ambiente angusto), calecara (fornace per cuocere sassi ed ottenere calce), canepazzìglju (faina, fig. persona nevrastenica), cannaparu (ragazzo addetto alla distribuzione del vino e dell’acqua ai mietitori), capusturnu (capogiro), caputummèlla (capriola, capitombolo), ciafròcca (naso grosso e largo); coroàglia (bargigli), corólla (cercine), crisòmmole (albicocche), cucumà (covare sotto la cenere), cucuzzìgliu (zucchino), cullichiójo (collinetta), cutta (campana a morto; parlare che annoia), famàcciu (stomaco prominente), facócchio feracócchio (chi costruiva carri curandone rispettivamente la parte lignea o quella in ferro), fèlla (ferita), fuìmmene (fuliggine), gnoranzitane (ignoranza), grégna (fascio di grano, covone), imara (terreno piano, limitrofo del fiume), làbbise (lapis, matita), lamà (franare, smottare), lanca (fame insaziabile), lazzu lazzu (morbido morbido), lécio lécio (consumato dall’uso, liso), lentàggine (lentisco), lésca (fetta di pane tagliata lungo tutta la pagnotta), lìpera (vipera), lóta (forfora), lùccica (lucciola), lucìnu (leccio), magnuzzata (macchiolina di sangue lasciata sulla pelle dalla punzecchiatura della pulce), macchiaróio (boscaiolo), manfrullitu (ermafrodito); manocchiara (venditrice di fascetti di legna), manùcchju (covone), mazzafrustu (strumento formato da due bastoni di legno uniti da una correggia che serviva per battere il grano), mazzòcchia (quantità di cose riunite a mazzo), mbrinacchiatu (carico di brina), mercu (marchio, cicatrice), meròlla (midollo), mmammócciu (bamboccio, fantoccio), méusa (milza), mìu (mela pl. le méla), mònta (primo latte munto), montanu (frantoio; molino per le olive), móra (masso), ngenne (dolere), nicchià (dare calci, proprio del mulo), nzìnzitu (insensibile, imperturbabile), nzurchià (succhiare malamente la minestra), olé (volere), ólepa (volpe), òsce (la più frequente esclamazione sublacense), palónta (pane imbevuto del grasso della salsiccia), panarda (merenda consumata in osteria con amici), papamparu (papavero), passóne (pianta d’ulivo isolata; paletto del filo spinato), pattuà (dialetto stretto; dal francese patois), pecóne (fusto dell’albero, ceppo), pennazza (ciglia), pésele (solaio nella tènna; divide la stalla al pianterreno dal sovrastante fienile), pianéta (destino), pincallà (bighellonare), pìnnuja (uncino del fuso), pittinèlla (di faccia al sole), porcàcchia (erba infestante i cui germogli sono commestibili come insalata), portatura (pezzo di pasta cruda che si dava al fornaio per pagare il trasporto del pane), pórzu (plur. pórzóra, polso, polsi), projétti (bastardo), pupanaru (licantropo; lupo mannaro), purtucallu (arancia), quinatu (cognato), quitteria (guitteria: insieme della manovalanza ingaggiata dai caporali per i lavori nella Campagna Romana), quittu (senza soldi; guitto), racanella (rantolo della morte; raucedine; strumento di legno sostitutivo delle campane “accecate”), ramàcciu (bastone), rangatu (parte del fascio di grano, quanto può essere contenuto in braccio), raniturcu (granturco), raspu (fastidiosissimo prurito, specie del maiale), rattattùglia (dal francese ratatouille: gazzarra; confusione; piatto tipico formato da verdure miste), razzàccaru (racimolo, piccolo grappolo di uva), rebbattitura (operazione che si effettua con lo zappettare dietro l’aratore per meglio frantumare le zolle di terra), retragnà (indugiare, venir meno alla parola data), ribbiscinu (ragazzo che restava allo stazzo e provvedeva all’acqua e alla legna per il pecoraio), ruzzicaturu (terreno da dove precipitano massi; forte pendenza; scala troppo pendente), scafà (mutare il pelo; dirozzarsi), scausu o scauzu (scalzo), schiri-schiri-bòzza (parole onomatopeiche di un gioco), scingià (rompere, disfare), spuzzàrese (completare la trasformazione dalla pubertà alla giovinezza; scafarsi), squacquarotto (neonato di peso eccedente), staraglionà (far giungere la legna tagliata da un bosco impervio, mediante ripetuti lanci, al più vicino posto di carico), stetecà/stetecarella (solleticare; solletico); stòccia (prima colazione, porzione di merenda), sturzà (separare il tutolo, turzu, dalla pannocchia, cannuju, del granturco), suribatta (sottopancia; finimento dell’asino), sulluzzu (singhiozzo), surìcchju (falcetto per mietere), svogliatura (voglia che si manifesta soprattutto in gravidanza), tàcchia (piccola porzione di legno), trabuccu (buca, voragine), trambullanu (grosso bidone di ferro posto sotto la bocca del forno per farvi cadere i carboni accesi che, spenti, diverranno carbonella), trettecareglju (terremoto), trettecarèlla (altalena ottenuta da una tavola posta in bilico su di un tronchetto), trita (operazione del tritare; battere le biade), tutumìa (risultanza di minutissimi pezzi di ortaggi), vàleca (macchina mossa da acqua per follare panni e feltri), valle (gallo), varzittu (ragazzino), vermenara (verminazione; verminosi), vigliara (staccio che serve per separare i vigliacci, spighe vuote del grano), vitturià (lavorare a giornata trasportando merce), vómmache (vomito ripetitivo, nei primi mesi di gravidanza), zèrole (gambe storte), zirìgliu o zirella, pl. zirigli (granelli di sterco caprino).
 
Benedetto Lupi, ha pubblicato tra il 1995 e il 1997 Subiaco Sublacus Subbiacu in tre volumi. Vol. 1: Grammatica normativa del dialetto sublacense. Vol. 2: Rime e prose in dialetto sublacense con traduzione in italiano e appendice di nomi, soprannomi, toponimi e vocabolarietto. Vol.3: Lessico del dialetto sublacense, ordinato secondo le vocali tonica e finale della parola.
 
Grammatica e vocabolario del dialetto di Subiaco
Relazione di Benedetto Lupi al Convegno di Anticoli C. (20-21 febbraio 2010) Dialetti a sonfronto nei Paesi del Medaniene
IL LESSICO – Il mio dizionario ormai ha tredici anni. In questo lasso di tempo ho continuato la ricerca e ho raccolto un altro migliaio di parole da inserire in un’eventuale ristampa. I vocaboli registrati sono frutto dell’analisi delle opere dei vari Lindstromm, Clemente Merlo, Romolo Lozzi, Achille Pannunzi, Maria Rosaria Zaccaria, citate nella bibliografia, filtrate dall’esperienza personale e corrette con i suggerimenti e con i consigli dei paesani. La particolarità del testo è la ripartizione in sette categorie, quante sono foneticamente le vocali, ognuna di esse raggruppa le voci aventi la stessa vocle tonica. Ogni capitolo a sua volta
si suddivide in sei sezioni, a seconda del morfema finale; in tutto le sezioni sono 42.
Perché questa impostazione? Per l’importanza che ha l’accentazione delle parole, raggruppate appunto secondo la tonica e poi suddivise secondo il morfema: Il risultato è che così si sa quante parole hanno la tonica in a, è, è, i, ò, ó, u e quante finiscono in in a, e, i, o, u. In questo modo mi sono accorto che il dialetto sublacense non ha parole con tonica ù e finale o, e che le parole con la finale i e o sono pochissime e non tutte di origine subbjacciana.
Le parole raccolte sono più di 10 mila: i termini più numerosi sono quelli con tonica à (4 mila circa: àccia, atàle, jài, nàilo, ràu, ecc.), i meno frequenti quelli con tonica ò (fròcia, bòe, fròbbici, bòcco, òbbacu, ecc.) ed è (cèspa, mèle, dèci, collèro, mèru, ecc.) che arrivano ognuna a 700 circa; se si guarda la finale, il morfema più frequente è u (circa 3500: basu, biùnzu, uru, utu, ecc.) quello meno frequente è i (circa 400: dùici, niàri, écchi, T’uji, nùi, ecc.)
LAGRAMMATICA – Ho suddiviso la mia Grammatica del dialetto di subiaco in quattro parti:
1) Appunti di fonetica, 2) Morfologia, 3) Polisemia, omòfoni e omografi, 4) Cenni di metrica, verso, rima, strofa.
1) FONETICA. La r è sempre scempia (féro, feràru, tèra, sgaru, ecc.); la v scompare in molte parole (atta, èrme, èspa, bòe, ùa, óo, paóne, ecc.), la b e la g hanno sempre il suono doppio. Un suono particolare chj da non confondere con chi: mucchi e mucchji, scacchi e scacchji, ecc. Guardiamo la parola benemméo, alcuni la traducono con bene mio, ma è errato, poiché poiché essa è la somma di due avverbi bene e meglio e le due m sono giustificate dalla congiunzione che dopo di sé vuole il raddoppio. Vi è anche il contrario, male e peggio, ma in dialetto si usa solo per indicare quel martello del muratore con due penne, una verticale e l’altra orizzontale.
Vediamo queste frasi: se tira a campà – se ttira ju vénto, la seconda ti è raddoppiata perché è preceduta da congiunzione; ju pare ’e Mario ju pare e Mmario. la seconda m è doppia perché preceduta da congiunzione.
Poche parole in dialetto finiscono per consonante: gran, san, don, sor, ecc.) e queste parole non sono nostrane. Anche le preposizioni con, per, in si sono ridotte a pe, co, e n che si appoggia alla parola che segue.
2) GRAMMATICA. Gli articoli determinativi ju e ji si mutano in gliu e gli dopo congiunzione, o preposizione o pronome: ju vattu e gliu sórece; ju sórece e gliu vattu; i vatti e gli sùrici; i sùrici e gli vatti; ju cane, a gliu cane; ji cani, a gli cani; ju magno, mi gliu magno; ji magno, mi gli magno, ecc.
Il plurale dei nomi ha eccezioni, sono quelli col plurale a: ora: arcu-àrcora, purzu-pórzora, capu-càpora, nìu-nìora, anéglio-anèlla, óo-óa, rùbbiu-rùbbia, vitu-véta.
Quelli con finale a sia al singolare che al plurale: la méla-le méla, le ceràsa-le ceràsa, la pècora-le pècora, la spata-le spata, ecc.
I femminili col plurale i: casa-casi, ciàtta-ciàtti, frasca-fraschi, mamma-mammi, fàia-fài, pjànta-pjanti, ecc. Alcuni di questi plurali femminili potrebbero confondersi col maschile, ma l’articolo risolve la questione: le casi-i casi; le fai-i fai; le mari-i mari; le pjànti-i pjànti; le valli-i valli.
L’articolo neutro lo se precede una parola che nella sillaba iniziale ha una i o una u, si muta in lu: lo buru – lu buru, lo vinu, lo zincu – lu zincu, ecc. Alcuni nomi sono maschili e neutri, il genere è determinato dall’articolo: lo fóco – ju fóco; lo pjùmmu – ju pjùmmu, lo féro – ju féro.
Nel passaggio dal maschile al femminile, oltre al cambiamento della desinenza si hanno anche mutamenti metafonetici: caprittu-caprétta, jupu-lópa, ùlipu-ólepa, àsinu-àsena, signóre-signòra, sortóre-sortòra, cucurùzzu-cocorózza, sùlicu-sóleca, ecc. Ciò avviene anche con gli aggettivi: béglio-bèlla, bóno-bòna, póro-pòra, curtu-còrta, tunnu-tónna, ecc. e con i verbi: sénto-sinti, véto-viti, créo-crìi, béo, bìi, strégno-strigni, ecc.
Gli avverbi ècco, èsso, èllo, con i pronomi personali in posizione enclitica danno luogo a èccoju, èssola, èlloju, èccome, ecc., da notare che solo ècco ha il corrispondente in italiano.
L’ausiliare è èsse, però alla terza persona singolare prende in prestito il verbo : ha statu, ha vinutu, alla terza persona plurale si usa indifferentemente sóto stati e hàu stati, ecc.
Le coniugazioni sono quattro: parlà, veté, lègge, sintì, ma le desinenze sono tutte uguali, ad eccezione dell’infinito presente e della terza persona plurale del presente e dell’inperfetto dell’indicativo: pàrlanu-parlèenu, vétanu-vetéenu, ecc.
La prima e la terza persona dell’impefetto indicativo hanno la stessa desinenza: éo parléaissu parléa…
L’infinito presente della forma riflessiva ha tre forme: lavàrese, lavàsse, se lavà; da notare subito il ritorno della desinenza re nella prima forma e del pronome se anteposto nella terza.
3) POLISEMIA. In questa parte sono compresi settecento termini che hanno più significati.
Qualche esempio: à=dà, dài=dare; acca=acca e vacca; agliu=aglio, al, allo; amàru=amaro e amarono. Ci sono poi gli omògrafi (crèo-créo, èsse-ésse. tè-tè, vè-vé, còppo-cóppo; còrecóre, ó-ò; pò-pó, ecc.; e gli omòfoni: Natàle-n’atàle-na tale.
Qualche gioco con le vocali: ahó, ju ó ju bróo e n’óo nóo nóo sóo? éo éa ùa, ìe e òa (io davo uva olive e uova).
4) METRICA. In questa sezione viene trattata la struttura delle forme poetiche.
 

 
2. I proverbi e i modi di dire
In appendice al suo Piccolo vocabolario sublacense, Pina Zaccaria Antonucci inserisce una serie di proverbi e massime di Subiaco, tra i quali selezioniamo:
chi s’addórme co’gli vatti s’ararizza co’gli puci; chi ara colle vacche e zappa colle femmene, sempre crompa e mai venne; móscó! Lettera o padró (moscone all’interno della casa annuncia l’arrivo di una lettera o del padrone); poeti e pórci se conoscianu dóppo mórti; la pecora che ammela perde j-occó; la ócca non è stracca se non se sa de vacca (non ci si sazia senza formaggio); quandu Monte Calju mette ju cappégljo vìnnite le crapi e fatte ju ’mbréglio. Quandu Monte Calju mette le brache, vìnnite ju ’mbréglio e crómpate le capre; quandu piove alla parte ’e Jenne, piglia la zappa e va alle tènne; de uttùru alla montagna mostraci ju cuju (In ottobre il bestiame lascia la montagna); cu cu, cu cu, acqua ’ncu (il canto del cuculo porta pioggia); chi nasce pummitoro, mòre conserva; fame da barbieri e sete da fornari; assucca ju mare colla ciammaruca (asciuga il mare con la chiocciola); a piagne i mórti so’ lacrime perse; quandu l’arte méa più non vale, vaglio a fiume a recaccià le móre.
Alcuni modi di dire sublacensi:
(fa) cìcchete e balla (chi nel camminare denuncia di essere stato toccato da paralisi agli arti); fa’ a ciucca (fare a testate); piove a cottorélle (piove a catinelle); a curcùglia (andare in un posto indeterminato e insignificante); dià! – e che dià (diamine – e che sarà mai); che è ssu giurgillèo? (chiacchiericcio); batte le gnàccuje (battere le nacchere, usato per dire battere i denti); va ncancanuni (il dente quando traballa); tutta na ncaraficchiata (unione di cose eterogenee, carico disordinato di oggetti e persone); poggia là (espressione per ordinare all’asino o ad altri equini di camminare a lato della strada, o poggiarsi ad una parete, ad un muro); vaglio a scommerdó; tu si n’asinu e ddéo nó (vado in un luogo non identificabile; tu sei un asino e io no); va a teretocca (chi va di corsa senza badare al pericolo e senza salutare chi conosce).
 
3. I toponimi e i soprannomi
Alcuni toponimi di Subiaco: Prestecata (il rione attorno alla piazza di Pietra); Mbellapiaglia (località di Subiaco che porta al Ponte di Sant’Antonio); Turióne, (nome di una scalinata ripidissima che porta alla Rocca dei Borgia). Molti soprannomi sublacensi sono presenti nelle poesie di Achille Pannunzi.
 
4. Canti – filastrocche-indovinelli – giochi – gastronomia – feste&sagre-altro
Feste e sagre. Festa patronale di S. Benedetto (21 marzo), con cerimonie religiose e fiera di merci.
Festa di S. Lorenzo (ricorrenza della nascita di Subiaco). Festa dell’Assunta (14-15-16 agosto; con solenni funzioni religiose, fuochi di artificio, spettacoli vari. Suggestivo il rito dell’Inchinata.
 
4.1 Canti
4.2 Filastrocche, indovinelli, invocazioni, scongiuri
 
4.3 I giochi
Alcuni giochi di Subiaco: brita (gioco della piastrella); a ciancittu (gioco per bambine basato sul riproporre in miniatura un pranzetto, servendosi di giocattolini di fortuna: scatolette vuote, cocci di piatto, ecc.); diriló (gioco della lippa); sardalaquàglia (gioco per i ragazzi consistente nel saltare sulla groppa); sbattimuru (gioco consistente nello sbattere una moneta di rame al muro).
 
4.4 La gastronomia
Giuseppe Cicolini è autore di Subiaco. La polenta e l’abito della festa.
Il libro è “la narrazione continua di storia, storie, proverbi, sogni e speranze pubbliche e private” fatta in modo semplice e discorsivo e con sottile ironia. L’autore evoca storie locali degli Equi e dei Romani, di S. Benedetto, dei garibaldini, della Resistenza e delle guerre. Descrive anche i cicli lavorativi dei contadini, dei pastori e degli artigiani, della vita domestica, del cibo e della polenta (il pane dei poveri), della religiosità popolare, dei maghi, del corteggiamento e del matrimonio, dei poeti a braccio e delle espressioni dialettali… Tra le specialità: pizza ntómmola (schiacciata gustosa ottenuta con la pasta di pane remenata per evitare la crescita, condita con olio, anice e uova); pappaciuccu (piatto caratteristico, frugalissimo e appetitoso a base di cavoli neri lessi e impastati con tozzi di pizza di granturco rafferma o pane casereccio. Il tutto viene ripassato in padella con olio d’oliva e aglio sfrigolato); sagnózzi (pasta fatta in casa con sola farina e acqua, tagliata a strisce larghe o strette e spesse, frugalissimo cibo sublacense); subbiachinu (dolce tipico, amaretto a forma romboidale ricoperto di zucchero gelato); tisichèlla (nome di un dolce locale bianco, tisico, e duro, a base di zucchero ed albume. Durante la prima dentizione veniva succhiata e pestata con le gengive del piccolino che la portava appesa al collo legata ad una fettuccia); tozzetto (dolce sublacense croccante a base di frutta secca tagliato a bastoncini, ricotti nel forno, dall’aspetto di tozzi).
 
5. I testi in prosa: il teatro, i racconti
Subiaco: il teatro della Compagnia Alter Ego
Comunicazione di Maurizio Capitani al Convegno di Anticoli C. (20-21 febbraio 2010) Dialetti a sonfronto nei Paesi del Medaniene
L’Associazione culturale Alter Ego di Subiaco da quindici anni si occupa della riscoperta, della tutela e della divulgazione della cultura locale e con essa del dialetto; essendo inscindibile il legame che esiste tra la cultura di un territorio e la sua lingua.
Non vogliamo e non dobbiamo far morire il dialetto, anzi tutte queste specificità linguistiche vanno salvate come i tanti altri reperti storico-archeologici, perché in esse sono contenuti brandelli e reperti di lingue più antiche, anche più antiche del latino stesso; però siamo convinti che una lingua o dialetto, per mantenersi vitale, si deve evolvere di pari passo con le trasformazioni che avvengono nella società, pena la sua progressiva emarginazione. Per salvare i dialetti dall’estinzione occorrono azioni e strategie adeguate.
Noi di Alter Ego ci stiamo provando, utilizzando il dialetto nel teatro, lo abbiamo utilizzato a piene mani, non per rappresentare con il dialetto la macchietta di paese oppure esprimere concetti nostalgici del tipo com’erano belli i tempi di una volta quando tutti cantavano ed erano felici o cose del genere. L’utilizzo che ne abbiamo fatto è stato in chiave che potremmo dire moderna, quantomeno attuale.
Parlare vecchio pensando nuovo: a questo proposito mi preme ricordare il nostro primo lavoro dal titolo Delirio di una notte di mezza estate. In esso fondevamo due storie parallele, quella di Shakespeare, recitata in lingua, e quella nostra recitata in dialetto; l’utilizzo di due linguaggi diversi consentiva di creare due mondi separati e paralleli in cui i personaggi delle due differenti storie vivevano, si muovevano e s’influenzavano a vicenda, restando, però sempre separati agli occhi del pubblico.
La scoperta del dialetto nel teatro è stata l’inizio del nostro cammino; posso dire che la nostra visione del dialetto è cambiata e allora abbiamo proseguito scrivendo la commedia Mistero di un buffone, titolo che si è perso per strada, perché sostituito da quello più immdiato del nome del protagonista, Parapà.
Con la stesura di questo testo, scritto a più mani da elementi del gruppo abbiamo avuto il nostro primo incontro con il maestro Benedetto Lupi che ha riletto e corretto il lavoro. Con esso abbiamo rievocato la figura di Parapà, soprannome di un, tra virgolette, “buffone”, poeta estemporaneo, vissuto a cavallo delle due guerre, mente sottile e ironica, sicuramente incompreso.
Non ha lasciato scritto nulla, i suoi versi però, passati di bocca in bocca, anche se a volte mutilati e a volte arricchiti, sono arrivati lo stesso fino a noi. Lo spettacolo è stato subito un successo, le repliche sono state oltre 40, abbiamo perso il conto.
Sulla scia e sull’esempio delle nostra associazione, a Subiaco sono nati , in successione, altri due gruppi teatrali, Mpeàle e I Scingiati, con repertorio esclusivemente dialettale, anche se con un uso del dialetto alquanto diverso dal nostro, ma motivati anch’essi dal desiderio di parlare subbiacciano.
Nel 2005, è entrato a far parte dell’associazione il maestro Benedetto Lupi, poeta, cultore del dialetto; la nostra esperienza ne è stata arricchita. Con lui abbiamo prodotto un altro spettacolo, in dialetto sì, ma addirittura in poesia: Notti Africane. Abballe a ll’Àfreca penzènno a càsema. In questa rappresentazione abbiamo fuso insieme parte delll’enorme lavoro prodotto da Lupi e creato con esse una storia originale per parlare dell’autore, dell’Africa, dei bambini, delle tradizioni, delle storie. Le filastrocche, le poesie, gli scherzi, i giochi di parole, accompagnati dalla chitarra, dall’organetto o dall’armonica e coreografati magistralmente dal nostro regista Anacleto Lauri, hanno dato risultati sorprendenti. Le poesie, le canzoni, le filastrocche, diventate patrimonio di tutti, hanno arricchito il bagaglio culturale di tutta una città.
Quante sere abbiamo passato e ripassato insieme i vari brani, richiamati ogni volta dal maestro, per la pronuncia esatta di questa o di quella parola, per il tono giusto da usare per esprimere col cuore la musicalità del verso. Abbiamo interpretato la manifestazione scenica delle poesie, dando loro una dimensione fisiologica che altrimenti sarebbe rimasta inespressa sulle pagine del libro. Insomma mesi di scuola di dialetto, fatiche che ci hanno poi ripagato quando abbiamo ripetuto lo spettacolo per 19 volte, due anche ad Anticoli e due addirittura a Roma al teatro della Forma nel VII municipio.
La scorsa estate, nell’ambito della festa intitolata Svicolando, che si svolge per il centro storico, abbiamo presentato un lavoro inedito e particolare. Partendo da “la Ballata ’e Minicucciu”, scritta dal nostro Pittucciu Lupi, è stata rievocata la figura ormai scomparsa del cantastorie. Questa ballata, in cento versi, conta e canta un tragico fatto di cronaca sublacense del 1801.
Partendo da questo testo ammbiamo allestito lo spettacolo in cui il dialetto del cantastorie si è fuso con i suoni della chitarra, delle trombe e della batteria, con arrangiamenti e ritmi moderni, ispirati alla tradizione musicale mediterranea e balcanica, composti dal giovane Simone Flamini.
Le immagini video, montate in maniera assolutamente attuale, sullo sfondo della scena, che mostravano le fasi salienti della storia, creavano uno spettacolo originale e innovativo tale da renderlo simile ad un video musicale, accompagnato dal coro femminile di Alter Ego.
Il successo è stato importante e non solo tra il pubblico adulto ma anche tra i ragazzi ammaliati forse dal sentire quelle parole antiche in un contesto completamente nuovo, o forse perché sentono le antiche parole scorrere ancora oggi nelle loro vene.
Ho ricordato alcuni dei nostri più significativi lavori per dimostrare che il dialetto può sopravvivere se si avranno le idee e le capacità di farlo vivere tra la gente.
Nel nostro repartorio, oltre ai titoli in lingua italiana abbiamo altre commedie in subbiacciano che aspettano di essere messe in scena: 1) Adda Munnu! 2) Bebbétto, Giggétto e Richétto, 3) A lla Scòla Serale, 4) La rocca racconta.
Una alla volta speriamo di rappresentarle. Noi di Alter Ego continueremo per questa strada, poiché siamo convinti che il dialetto è un patrimonio culturale da salvaguardare, oltre che per i motivi già detti, anche per salvare la diversità, contro un sistema che ci porta a essere tutti uguali conformi a un sistema.
 
Schérzo in chja-chjo-chju
(Brano teatrale di Benedetto Lupi)
Pinocchjo tè mmani nu rócchjo
de pane abbruscatu e nu còcchjo
de vinu rosciòla e co gli’ócchjo
t’alluccia lontanu nu vécchjo
che sta a sbatacchjà ju battòcchio
ntreménte te véte ju facócchjo
che stane co gliu feracócchjo
ju figliu pjù zicu ’egliu Zòcchjo
ma vi’ cche stranu papócchjo!
Araccóglie nu manucchju
de cornèlla a chigliu mucchju
tricchettracche, tricchettrucchju
tricchettracche, tricchettrucchju
scoccia ju spécchjo e magna ju spicchju
sputa j’ossi réntro ju sicchju
tricchettracche, tricchettricchju
tricchettracche, tricchettricchju.
Na ranocchja vècchia e racchja
che ttè accàre mmèsa récchja
prima aócchja eppo’ arécchja
scricchja, scòcchja. scataràcchja
mmischja, succhja, fischja, raschja
nicchja e magna na zazzicchja
po’ na nocchja e n’ara nòcchja
e finisce ca se scacchja.
Se cche pacchja a chella macchja
tra na nticchja e tra na ntacchja,
Ju Cellacchiu e gliu Pellacchju
i compari de Funacchju
magna ognun nu sullicchju
e te fau nu béglio ncuacchju.
Ma Pipacchju co nu scacchju
piglia, acchjappa chiglju abbacchju
mette ncapu nu pennacchju
e fa tuttu nu pistacchju!
 

 
6. I testi di poesia
Achille Pannunzi, l’indimenticato poeta-centravanti di Subiaco, pubblicò nel 1984 Na rattattuglia ’e versi, una raccolta di poesie in dialetto sublacense, di cui era un esperto conoscitore, con l’intento di contribuire alla conservazione del patrimonio linguistico dialettale della sua città. Il libro è stato poi ripubblicato, nel 2007 dal comune di Subiaco, con l’aggiunta di cinque poesie inedite.
I suoi versi, afferma nella presentazione Giovanni Prosperi, “incarnano il vissuto di un ‘luogo’, sviscerano in maniera passionale la quotidianità di Subiaco, di questo piccolo centro in cui tutto avviene con sincerità e ipocrisia, con passionalità e ritrosia, con dolcezza e disincanto.” L’ironia (e l’autoironia) pervade a tal punto la sua opera da “rendere i suoi versi potentemente caratterizzanti i personaggi e il luogo, allontanandoli così dagli angusti confini di una rischiosa ‘cronaca provinciale’.” Ciò contribuisce a far in modo – osserva ancora Prosperi – che svolga un “canto sommesso ed epico, di una Subiaco non più idealizzata, ma accuratamente passata al setaccio di un osservatore vigile, moralmente vigile e però scevro da giudizi o pre-giudizi moralistici.”
Rattattuglia, vocabolo del dialetto locale (derivato dal francese ratatouille), indica confusione, miscuglio, e quindi Pannunzi voleva indicare una quantità e varietà disordinata di argomenti che però nel libro vengono distinti in cinque sezioni.
Nella prima (“Subbiacu ’e n’òta) egli passa in rassegna la cittadina, delineandone con efficacia luoghi, personaggi, feste e usanze del tempo della sua infanzia.
A partire dai giochi, dalla fiogna, cui è dedicata la poesia che apre la raccolta:
Na furcinella ’e legno arémmonnata: / du lastichi attaccati cóllo spacu, / na pezza ’e sòla, bella allucidata / e te sintii ju principe ’e Subbiacu. / È róbba n’òta, co’ certi bricciuni, / scoccèmo la bellezza ’e otto lampiuni.
I giochi tornano anche nelle poesie “A cucuruzzu a nuci” …tutti a giocà a cucuruzzu a nuci, // o a colarella, sopra a nu scalinu. / Éo m’arécordo, n’òta a ’stu giuchittu / fregane trenta nuci a gliu Stallinu; in “Ju diriló”: Traccèmmo pe’gli sérgi nu circhittu; / na mazza ’e ornéglio (chigliu più rubbustu); / du pónte appizzutate a nu trunchittu / e ecco ju gioco béglio: che te éa gustu! / “A bu!” “Buì!”, arésponnéa Simone. / E ecco che partéa ’stu dirilone.
Ma sono tutti i giochi “de gli tempi ’e tata” che riemergono dalla mente annebbiata e, tra questi, “Ju gioco ’e lla pignata”: Occhi abbéndati, nu turturu ’n mani / e dàgli a battè a vòto e a dà la caccia. / Era nu gioco chigliu ’e gli più sani, / puru se te ’ncennéanu le raccia. / E quandu doppo unu la sendéa, / pigliéa mira, co’ nu slanciu béglio / mannéa la bòtta. E chi la scoccéa, / ’ettéa pe’ l’aria voce e stenneréglio.
In “Filicetto ju turnitore”, insieme al gioco della trottola: Éo m’arécordo accare co’ du bocchi, / ju piccuju giréa ch’era n’amore. // Bastéa abbotà nu spagu tutt’attorno / e piccujéa finente a mezzogiorno, torna la memoria de l’alema bella de gliu Turnitore / era n’artista co’ gli controfiocchi.
E con Felicetto sono tanti i personaggi di una volta che si affacciano nelle poesie di Pannunzi: da Palló che risale da ’n Pellapiaglia / co’ tre asinégli carichi de paglia / e tre biunzi acculimi strapini, a Odoardo Parapà, il sarto che cucéa i vistiti pe’ gliu Podestane / e lo facéa co ’ l’alema ’e gli’ artista, alle prese con Tomasso Zambettó, un cliente dalle singolari e assurde pretese. Esilarante il ricordo dell’operazione (agliu spidale allora c’era Sóssi) per “liberare” Giggi Barbarella dopo un’abbuffata (la fame allora era chélla vera) di raffiuni (ciliegie duracine) preché s’era magnati pure j’óssi; segue un intervento delicato e urgente:
Colle pinzette j’óssi, a unu a unu / ne caccià cento; e doppo, savugnunu, / scroccà ju casteglio e pe’ chigliu muru / arià na botta sorda ’e pallinacci: / fu comme na bombarda de Cutturu! / Ci òlle nu tampone co’ gli stracci. / Sóssi strillane: “Oh Madonna Santa; / non nn’è che mo aréfà puru la pianta!
A Pannunzi bastano pochi versi per delineare personaggi e storia:
Trovà Pennazza colecatu a llétto, / la nasca roscia, nu pipiruncinu, / attorno se preghéa San Benedetto, / facéa lo sangue réntro a nu catinu. / Arià de corsa ju medico Santese. / Ju guardà ’n faccia e isse: “È cesanese!
Ma il tempo passa (“Amméce mó”) e a Subiaco per via Cadorna dove circolavano senza trovare intoppi
…migliara de muntuni co’ le corna, / asini, vacche, crapi pasturicci (…) Amméce
mó: liggiuni de muturi / che mancu a casa se po’ sta sicuri. E …rengrazzia Dio se non t’àu ’ntruppatu, / non ci’ òne gnènte pé sindine ju botto. / Raccia ’ngéssate, cocozzate, fèlle. / È già na grazzia se sarvi la pelle!
In quelle stesse vie (“I biunzi”) dove
.. .quandu scrocchéa ju tempo ’e lla viligna / i vitturali éanu a gliu sprufunnu / a razzelane l’uva (…) passéanu ritti comme le filagne / lassénno addore ’e mustu e de castagne. // Lo mustu allora s’attacchéa alle mani / come la colla. Ammece chello ’e mone, / scirica propio comme lo sapone. / Preché si capisciuni de villani, / ’n cagna ’e llo cesanese e lla rosciola / au trapiantatu i simi ’e coca cola.
Pure il poeta (“La vecchiaglia”) non è più quello di allora:
Quandu che résalléa chigli scalini / ’nfinu a sett’òte ju giorno, e forse più, / facéa alla corsa co’ gli virzillini, / e mó non ce lla faccio propio più! / Le so’ contate: sóto ottantasei. / E so’ sempre più arde, figli méi! (…) San Pietro e casa, me stau quasi ’n mocca; / e mo’me pare stinganu alla Rocca! // Se po’ me vè j’attaccu della gòtta, / icio quattro parole zozze e matte: / “Brutte scalacce, figlie de mignotta / e nu corbacciu siccu a chi l’ha fatte!”
Nonostante tutto in Pannunzi resta forte il senso ironico ed autoironico, e la capacità di sorridere anche se, inesorabile, ju tempu passa! È nu caru armatu.
Nella sezione “Animali”, in cui rivivono con le loro storie, le poesie meglio riuscite sono quelle dedicate agli animali con i quali l’autore ha avuto più consuetudine e a cui esprime la sua solidarietà. Come a quell’asino vecchio, abbandonato, alla mercé di mosche e tafani che non riesce a scacciare a colpi di coda, che, rimasto legato sotto il sole cocente, raglia disperatamente, mandando al suo padrone nu furione de mortacci.
Nella terza sezione intitolata “’N po’ de tuttu” prevalgono temi e umori vari. Si svaria dal ritratto rabelesiano (in “Alla spiaggia”) di un’iperdotata bagnante:
A capu bassu, sotto a dù’ ’mbrilluni, / stéa na trombòna piena de coraglie. / Méttéa a mostra tutte le frattaglie. / Ténéa du cosce comme du barcuni. / E tra le cianchi, ’ngricce e ’n po’ annoscose / na quindicina’e vene varicose. (…) Se strufinéa l’óglio pe’ la ròppa, / e tra le raccia molli e quacquarute, / reggéa ju slippe! Nu paracadute! / Quandu m’accorse ch’èra puru zoppa, / se rarizzà co’ nu furione ’e rabbia / azzènno na metrata e più de sabbia.
ad una deliziosa filastrocca, “Ju vicuiu”:
Vicuittu, vicuittu, / co’ gli panni bianchi spasi, / le viole réntro i vasi / e gli’addore dello frittu. / Vicuittu, vicuittu, / ma preché si cusì strittu? / Té le casi che ss’au mani, / lo basilicu, i gerani / co’ n’appénnojo ’e loggette, / le finestre tantu strette. / Vicuittu, vicuittu, / ma preché si cusì strittu? / Babbuiènno la vecchietta, / che fa sempre la gazzetta, / guarda ardu a chigli titti / che se fau sempre più stritti. / Ma prechéne, vicuittu, / tu si sempre cusì strittu? / Nu lampione sganganatu, / addó sotto ju vicinatu / parla e sparla de gli guai, / le pagliuche le fau trai. / Vicuittu, vicuittu, / meno male ca si strittu!
ad una denuncia sull’avvelenamento (“Ju ’nquinamento”) dell’Aniene:
A védé su fiume siccu pe’ Minnò, / che lénto e zuzzu scóre capabballe, / tuttu schiumusu, piinu de’ sapó, / la voglia ’e piagne mésse mette a salle. / Ieri na tròtta, a galla pe’ l’ugliche, / raprì la ócca e fece sette ussiche
(trotta: trota; ugliche: foglie peltate di fiume; ussiche: bolle)
in cui la pena del poeta per il degrado del fiume si stempera nell’immagine buffa della trota che apre la bocca e fa sette bolle di sapone. Infine (“Le staggiuni”) il tema delle stagioni: Ma quando me revòto pe’ Livata, / sento la strina che me
taglia ’n fronte. / Èsso la neje che s’à già appusata / e mo’ le léna non so’ mancu pronte; e del loro avvicendamento sempre più rapido per chi come ju vicchittu si sente ’n pizzu agliu sprufunnu. Ma purtroppo chésta è la ròta che ci gira ju munnu!!
Nella quarta sezione intitolata “Campusantu” Pannunzi ritrae, quasi ad esorcizzare la morte, scene sul cimitero di Subiaco e dintorni. La poesia “I manifesti funebri” è incentrata sulle chiacchiere tra amici su chi è morto:
Nu manifesto funebre, a Sossanti, / icéa che Proietti Sarvatore, / da ieri morto ’n grazzia de gli Santi, / “fu rapito nel bacio del Signore”. / Se ne riscì nu figliu de Fiascaru: / “Signò, su basu, dàgliu a chacunaru.” Dai manifesti, che indicano nome e cognome e anni, spesso non si capisce chi è morto: Meglio sarìa mette ju soprannome. / O tantu doppo, me icéa ju Ciattu, / che ci olaria ammeno nu ritrattu. Sappiamo, commenta il poeta, che la morte è fetente e che bisogna sempre stare in campana ma quello che stupisce è che ad ùgni morte, écchi, mamma méa, / ugnunu ci arécaccia chélla séa. // Ieri s’ha morto Giggi a quarantanni, / cusì se ne riscine ju Garoppo: / “Chigliu si gli à cercati ’ssi malanni: / fuméa, magnéa, e beéa troppo.” / Ammece po’quandu murì Richetto / a novant’anni, isse Romoletto: // Tantu à campatu e mo’ vane all’inferno. / Che s’ha gudutu? Me paréa nu jodo; / che ci racconta mò a gliu Padr’Eterno, / se ’n sà strozzatu mancu poco ’e brodo? / Non s’ha missu n’óccó sotto a gli jénti / e ha lassatu tuttu a gli parenti.”
Un delicato lirismo connota le poesie, tutte dal verso breve, della sezione intitolata “Senza rima”, come nella essenziale “Ju pupu”: Na cunnuiata / e na carezza / ’e n’angelo. / E s’arappènneca; e in “Farfalla” (che riportiamo in antologia) dal fulmineo incipit: E piantala! / Farfalla ’mbriaca / che circhi ju méglio fiore / eppó t’appusi a ’n’aru. In altre domina il pensiero della morte che viaggia attraverso il suono greve di una “campana a morto”; neppure malinconia e passione, ritornate a stare insieme, riescono ad appagare chigliu strascicu de morte / ch’è lo suju. / E più te ggiri / pe’ chigliu letto ’nfame / più chéllo te vè ballènno ’nanzi, / comme na ciatta vecchia / nu rucichinu annascusu. La poesia “Univérzo” (anch’essa in antologia) che conclude questa sezione rappresenta il dignitoso commiato del poeta dalla vita terrena per aprirsi all’universo che non gli fa più paura.
 
Dagli atti del convegno Dialetti a confronto nei paesi del Medadiene (20-21 febbraio 2010, Anticoli Corrado) abbiamo modo di conoscere altri due poeti: Romolo Lozzi e Benedetto Lupi, le cui poesie sono qui pubblicate nell’Antologia.
Segnaliamo inoltre il poeta Fernando Ferzioli (cui si deve anche la cura dell’interessantissimo sito www.subbjacumeo.it/ con testi di poeti sublacensi, inclusi alcuni di sua produzione.
 
Antologia
 
ROMOLO LOZZI
La fontana ’e piazza
Me fermo spissu ’n piazza cae momento
a rimirà ’gliu sfondo che penneglio
non saparia refà pe’ comm’è beglio,
e più gliu guardo e più meglio me sento.
 
Ci stea agliu puntu addó sta iu munumento,
la più bella fontana, ma lo meglio
è che tenea a moglio nu soreglio
addó beeanu tutti a piacimento.
 
Oggi ci faciaremmo meraviglia,
ma allora ’stu soreglio cummunale,
’ea a tutti comme n’aria de famiglia.
 
Cae ota, o sia annascusu o sia pe’ sbagliu,
ci abbeoreanu puru cae animale:
e ’n tutta piazza rentronea nu ragliu.
 
Piantu de mamma
Figliucciu meo, figliucciu beglio,
n’angelo pari e non nu morticeglio!
 
E comme a nu luminu fa la fiamma,
ti si smorzatu, e non chiamisti mamma.
 
E te se repiglià Gesù Bambinu,
e mamma tea tu ne si itu ’n paradisu.
 
Nu vagu ’m’occa te ne so’ ficcatu,
comm’era bono, e tu non lo si assaggiatu!
 
Màmmeta tea mo tuttu se lo magna
e a gocce ’e latte po’ te lo recagna.
 
Te lo vè dà domani essi dessà:
la morte so sintita de passà.
 

 

BENEDETTO LUPI
 
Le lùcciche
Puru séra só vista na lùccica
a nu jèmmete ’e gli’orto de Ivana.
Vi’ masséra se comme sbrillùccica!
Fórze vè da càe stella lontana.
 
Dalla lóggia cuardènno atténto
ne só viste cert’are, tant’are:
una écchi, una lòco e pe trénto
alle fratti mo appare e scompare.
 
Tanti icenu ca soto sparite;
nonn ha véro, prechéne la state
ugni sera, ugni notte vitite
c’arelùcianu comme lampàte.
 
Nu lumminu, nu pròsparu ruttu,
na caìna so’ figli ’egliu sole
comme désse che, senza parole
e co gnente, ne spjécanu tuttu.
 
Chist’atr’annu pjù de decicénto
càe sera de figlie ’ella lùccica,
se gliu témpo a chell’ora mpjuccica
vetaràglio a gliu stesso moménto.
 
Chelle lùcciche sóto i pinzieri
che agliùmanu l’àlema méa;
so pinzieri che, tata me icéa,
te fàu scèrne lo male e lo bbè.
 
Juna pjéna de sottémmeru
Juna pjéna de sottémmeru
che t’affatti a Collelónco
famme luce écchi addó stònco
salli ncéo e nte fermà.
 
Resdrapassa chissi nüili
agliumènno cógli e valli
nfinu a cuàndu tutti i valli
s’areméttanu a cantà.
 
Cuànta pace trénto all’àlema,
cuànta gioglia trénto ju còre;
zitti póco, pe favore,
ugni cósa óglio sintì.
 
Sénto i cani che agguàglianu
a vetétte róssa e gialla
e preché comme na palla
tu ngrandisci sémpe pjù.
 
E pjù dóppo ècco la musica
degli arigli cantirini
e gli bufi pjù vicini
che nte própio fàu durmì.
 
Ebbenché ju céo la póllere
va accappènno, tu reluci
e tramméso a tante luci
te sse pò ancora veté.
 
Pjéna, tónna, che spettàcuju!
Ci arepurti aréto aréto;
cuànte cóse cuéto cuéto
ogneunu pò sapé.
 
Écchi réntro sénto smòese
sentimenti de nfinitu;
sópe all’àlema ju vitu
ci sa métte accàre’e ttu.
 
Ju pinziero va perdènnose
fra le stelle pjù lontane,
maperò lòco aremàne…
pjù dellà issu non pò.
 
Juna pjéna de sottémmeru,
che separi state e autunnu
e reschjari chistu munnu,
no sparine própio mo.
 
ACHILLE PANNUNZI 
 
I biunzi
 
Cuandu scrocchéa ju témpo ’ella viligna
i vitturali iéenu a gliu sprufunnu
a rezzelàne l’ùa…
passénu lritti comme le filagne
lassènno addore ’e mustu e de castagne.
Lo mustu allora s’attacchea a lle mani
comme la colla. Ammece chello ’e mone
scìrica própio comme llo sapone,
preché ssi capisciuni de villani
ncagna ’ello cesanese e ’ella rosciòla
hàu trapiantatu i simi ’e coca cola.
 
Farfalla
 
E piantala!
Farfalla ’mbriaca
che circhi ju méglio fiore
eppó t’appusi a ’n’aru.
Si tale e quale a gli’omo
quando stà ’mbriacu.
’N ’si mai contenta
e ’n méso a chissi prati
barculli ’ndriussu.
Lassi nu gigliu
pe’ na rosa ’e spina.
E quandu è sera, po’,
éo non lo saccio
addó arappusi ’ss’ali.
 

 
Cenni biobibliografici
Benedetto Lupi è nato a Subiaco nel 1928. Insegnante in pensione, ha trascorso parte della sua vita in Somalia, dove ha insegnato per 24 anni. È autore della trilogia Sublacus-Subbjàcu-Subiaco (vol. I Grammatica normativa del dialetto sublacense; vol. II Rime e prose in dialetto sublacense con traduzione in italiano e appendice di nomi, soprannomi, toponomi e vocabolarietto; vol. III Lessico del dialetto sublacense, ordinato secondo le vocali tonica e finale della parola). È autore di opere teatrali, tra cui Notti africane (Abballe all’Afreca penzènno a càsema – N’ora nzunu pe arefacci la occa) e La Rocc ’aracconta (Storie e leggende dalle origini della Rocca nel 1070 fino ai primi del 1600)
Romolo Lozzi (1906-1970), ha pubblicato nel 1965 Canti Simbruini. Nel 1990, è stata pubblicata postuma la raccolta Musa nostrana – Nuovi Canti Simbruini da cui sono tratte le poesie in antologia.
Achille Pannunzi (1921-2007) è nato e vissuto a Subiaco, condividendo con molti suoi compaesani la sorte di pendolare a Roma. Negli anni ’40-’50 fu centravanti in squadre di serie C, segnalandosi per i suoi 288 goal. Nel 1984 ha pubblicato la raccolta Na rattatuglia ’e versi, poi ripubblicata, con l’aggiunta di cinque poesie inedite, dal Comune di Subiaco nel 2007.
 
Bibliografia
Benedetto Lupi, Subiaco Sublacus Subbiacu in tre volumi. Vol. 1: Grammatica normativa del dialetto sublacense, [S.l., s.n.], 1995 (Subiaco, Errebigrafica). Vol. 2: Rime e prose in dialetto sublacense con traduzione in italiano e appendice di nomi, soprannomi, toponimi e vocabolarietto, [S.l., s.n.], 1995 (Subiaco, Errebigrafica).Vol.3: Lessico del dialetto sublacense, ordinato secondo le vocali tonica e finale della parola, [S.l., s.n.], 1997 (Subiaco, Errebigrafica).  
Luciani Vincenzo, Dialetto e poesia nella Valle dell’Aniene, Roma, Ed. Cofine, 2008.
Pannunzi, Achille, Na rattatuglia ’e versi: poesie in dialetto sublacense, Subiaco (RM), s. n., 1984 (Ristampa a cura dell’Amministrazione comunale di Subiaco nel 2007).
 
Webgrafia
Segnaliamo il sito interessantissimo www.subbjacumeo.it curato dal poeta sublacense Fernando Ferzioli.

 (ultimo aggiornamento 19 aprile 2012)