Paolo Volponi (6 febbraio 1924 – 23 agosto 1994), autore di alcuni fra i più importanti romanzi del secondo Novecento (a partire da “Memoriale”, 1962, seguito da “La macchina mondiale”, 1965, e “Corporale”, 1974), aveva esordito come poeta con un trittico di raccolte (“Il ramarro”, 1948; “L’antica moneta”, 1955; “Le porte dell’Appennino”, 1960) ancora pervase da suggestioni ermetiche e radicate nel mondo contadino.
Ma anche dopo aver conseguito il successo come narratore non ha mai abbandonato la sua originaria vocazione poetica. Ne sono testimonianza le raccolte “Con testo a fronte” (1986) e “Nel silenzio campale” (1990) con cui ha concluso la sua parabola di scrittore. Tutte sono ora riunite, con in più un gruppo di inediti, in “Poesie”, a cura di Emanuele Zinato, Einaudi, Torino 2024.
Qui oggi propongo un esempio della primissima maniera di Volponi. «Il ramarro», scrive Zinato, «preannuncia in filigrana il motivo ricorrente dell’intera scrittura dell’autore: “un irrigidimento psicotico” che, per abbacinamenti, divide il cosmo in campi semantici in collisione tra loro (il campo della corporalità, il campo animale e quello vegetale-minerale)», per cui in definitiva «l’esordio di Volponi è più corporalmente eretico che astrattamente ermetico».
