107 – SARACINESCO

SARACINESCO (145 abitanti, detti saracinescani. A 908 m slm). Sorge su un massiccio contrafforte della catena dei Monti Ruffi, ai piedi del quale confluiscono i fiumi Licenza e Aniene.
 
IL DIALETTO DI SARACINESCO:
 
  1. I vocabolari e le grammatiche
Nel libro di Marcello Proietti Saracinesco, ricordi, immagini, dialetto (pp. 33-36) c’è il tentativo di coniugazione di alcuni verbi, da cui traiamo l’indicativo degli ausiliari èsse (essere): so, sci, è, sémo, séte, so; e ave’ (avere): aio, a, a, amo, ate, au.
Dal vocabolario (pp. 43-72) estraiamo:
accaia’ (trasportare i covoni con la caia, cioè un cancello di legno fissato sul basto, ai cui lati pendono due panni di tela a forma di bisaccia), accapammonde (in su); accavucchiasse (rintanarsi per evitare la pioggia o il freddo, cavucchia vuol dire tana, ricovero), allappuccia’ (chiudere la bocca del sacco, fare l’orlo: lappucciu), amarea (sa di amaro; il tempo minaccia neve), andachìndi (si usa quando si mette in dubbio un’affermazione, un racconto, una confidenza), appacìnu (luogo senza sole, a nord), cacchielle, cae, caedunatru (qualcuno, qualche, qualche altro), cammarocio (ragnatela. Fig. cammaroci: nuvole piccole e mobili che preannunciano pioggia imminente), capatùru (recinto in pietra a secco, ricovero del bestiame), cardisanti (tipo di cardi commestibili), carracciu (sentiero corroso dall’acqua), carrapinu (solco profondo per far defluire l’acqua), chièlle (da quem velles, nessuno, qualsivoglia), ciucciuria’ (parlare fitto fitto, a bassa voce, lontano da orecchi indiscreti), ciucua (piccolo-a), gliuffu (dal termine longobardo uffu, fianco, anca – sdigliuffatu fianco disarticolato, fig. persona senza spina dorsale), iaccuru (corda assicurata al basto alla cui estremità vi è un cerchio di ferro o di legno), lanzurischia (grandine, nevischio), leccamuffu (scappellotto), licchellacche (essere in grande confidenza, in intimità. Vesse fau licchellacche), maddema’ (questa mattina), manicutu (cesto di vimini o di strisce di canna che termina con un manico alla sommità, per la raccolta della frutta), maritòzzo (pane di granturco); ’ngianghilluni (camminare trascinando le gambe, sbandare), ’ngurumpuzuni (chinato col sedere in aria), ossomazzigliu (malleolo), pennazzure (ciglia), pescolla (pozzanghera), pìscuru (stillicidio del tetto), póndora (punte. Termine usato nell’asta dell’erba comunale. Il territorio era suddiviso in: defesa, póndora, quartora, per distinguere la qualità dei pascoli. La parte che non si riusciva ad attribuire veniva accollettata), puzu (polso, pl. pózora. Tè i puzu: ha disponibilità di denaro), razzella’ (pulire, ettere a posto), rebbatte (ricoprire i semi oppure rebbatte ’e fratti: tagliare la siepe), retranga (striscia di cuoio che si diparte da un lato del basto e passando sotto la coda della bestia da soma si ricongiunge all’altro lato, per tenere il basto aderente alla groppa), roccali (collare di cuoio su cui venivano infissi dei chiodi usato per i cani a difesa dei lupi. Iron. per criticare una collana di dubbio gusto si dice: s’a missu i roccali), ruvìu (bordo. È il circolo che si forma intorno alla polenta distesa sulla spinatora), scapoccia’ (decapitare. Separare i cioci, le pannocchie, dal trucchese, granturco), scucciuria’ (il suono che deriva dal contatto della posata con un recipiente che contiene il cibo), sdeca’ (sgranare i legumi); sfasciu (in abbondanza), smammuriasse (svegliarsi stiracchiandosi, rimanendo un po’ imbambolato), smoriatta’ (piangere urlando), subbùlicu (sepolcro), supperdura (sepoltura; luogo umido e poco illuminato), toccabbàu (mungitura delle pecore), trosmarinu (rosmarino), tzènga/tzingu (tagliata/tagliato male, malformata), vardamacchia (indumenti ricavati dalla pelle di pecora o capra indossati dai pastori a protezione delle gambe), varneglio, pl. varnella (veste a pieghe); varzittu (ragazzino), vau (varco, passaggio per accedere a un fondo); verrecchia (parte terminale del fuso a forma di palla schiacciata), voreone (vasca naturale alimentata da acqua corrente proveniente da cascatelle spontanee), vorzomeglio (gola), zicchia’ (di bestia che scalcia con un solo colpo; se scalcia ripetutamente si dice zarica’), zicu (pezzetto, ad es. degliu curugliu – salsiccia a forma di u).
 
2. I proverbi e i modi di dire
I tembo refattu ’e notte dura quandu ’na pigna ’e fai cotte (tempo rifatto di notte che dura poco, quanto una pentola di fave cotte); tu te stà, io me stongo, tu nun mme lla piti, io nun de lla dongo (tu ti stai, io mi sto, non me la chiedi e non te la do: occorre chiedere per ottenere); vessa nun è bbona mangu a fa ’a simmura agli cani (non è buona nemmeno a fare il pappone ai cani; cioè nemmeno a fare le cose più elementari); Saraciniscu meo vettenne abballe, vettelle a magnà quattro cipolle cotte alla rascia calle calle (Saracinesco mio vieni giù, vieni a mangiartele quattro cipolle alla brace; era il sospiro di chi lavorava nei campi a valle e doveva arrampicarsi per tornare in paese); trippa piena nun gree a quella juta (la trippa piena non crede a quella vuota); nun se poto remette ’e corna alle ciammaruche (non si possono rimettere le corna alle lumache: imbarcarsi in una impresa impossibile); te puzza ’o bbene stà (ti puzza star bene: stai bene e non sei contento).
 
3. I toponimi e i soprannomi
Soprannomi di Saracinesco: Pennacchinu; Ursittu; Ripusatu; Mariagiornopergiorno (una modella saracinescana che chiese di essere pagata giorno per giorno). Toponimi: Cèsora (la strada che va verso valle e la taglia dividendo le Macchia dall’Abbosco); Mórre ’ngacchiate (pietre aggrovigliate); Peecata ’e lla Madonna (piccolo terreno ma di ottimo rendimento, di proprietà della Chiesa); Rammotta (punto in cui si lascia la provinciale e si inverte il cammino per risalire al paese); Rubburu (località lungo la provinciale, con viti e ulivi).
 
4. Canti – filastrocche-indovinelli – giochi – gastronomia – feste&sagre-altro
Feste e sagre. Corteo storico (metà agosto; una sfilata in costume rievoca il passaggio di Corradino di Svevia a Saracinesco il 18 agosto 1268). Sagra della polenta (con salsicce e spuntature di maiale; nell’ultima domenica di settembre.
 
4.1 Canti
4.2 Filastrocche, indovinelli, invocazioni, scongiuri
 
4.3 I giochi
Tra i giochi di Saracinesco, il bùzzico (gioco simile all’acchiapparella); sciuricarella (gioco che consisteva nello scivolare su una pietra liscia e inclinata; la più famosa era quella in piazza Roma a lato del monumento ai Caduti); i’ tiru agliu ialle (tiro al gallo; consisteva nel colpire con una morgiata – sassata – un fiasco senza paglia in cima a un palo ad una distanza di 30-40 metri. Chi rompeva il fiasco aveva in premio un gallo. Anticamente in vece del fiasco si colpiva barbaramente il gallo); papagirolamo (un partecipante rincorreva gli altri ragazzi, saltando su una gamba sola. Chi veniva raggiunto prendeva il suo posto).
 
4.4 La gastronomia
Tra le specialità gastronomiche di Saracinesco spicca, la polenta con le ciammaruche, allargata sulla spinatora, ricoperta con abbondante sugo di lumache. Alcune famiglie sono tradizionalmente riconosciute come esperte nella ricerca delle lumache. Di loro si dice con invidia: pe’quissi ’e ciammaruche iescianu puru agliu dece d’agosto. Ottime le Sagne alla scifa co’ gli fasori (lasagne in contenitore di legno con fagioli, dal gusto indicibile). Le sagne, pasta fatta in casa con poche uova ed acqua, non sono da confondere con le fittuccine più ricche di uova e senza acqua.
Merita una citazione, la panarda: festa tradizionale dei giovani di Saracinesco che si teneva nel ranaru (granaio): era tassativo per gli uomini presentarsi con un piatto, il più largo possibile (piattu ’e ’lla panarda) in modo da fare a gara a chi riusciva a mangiare più portate.
 
5. I testi in prosa: il teatro, i racconti
Dal libro di M. Proietti su Saracinesco ecco un gustoso racconto in dialetto.
’E fiorare saracinescare. – Nun ve vedete più pè lle feremate ’e gli tranvi. Nun ze sende più “vole signò, vole”. ’E guardie, Nasone, Dendidoro, non vve scappanu più appresso pè lle vie ’e piazza Vittorio. ’E vignarole nun vabbuscanu più ì spurtini pîni ’e fiori sotto agli banghi.
Quande vote vau sarvatu dalla “cammoretta”.
Chielle và a ficcà ’nbetto pè via ’e ’lla Croce, piazza ’e Spagna o fore al Costanzi.
Pè lle macchia più chielle và pè ruschi. I varzitti nu ’nvilanu più ’e palline cò lla gulusia ’e gliu cinema.
I sicchiu se jutea quanno i cinema era chiusu. Sembre accuscì.
Pè lle ville e lle vigne ’e Tivuri ’a cipullina mò se fracia. Andachindi puzzea. A vedella era bella! Vui la venneste pè mughetto salevaticu.
Mangu tinda cò llanillina addorea. Sete sparite tutte una appei allatra. Mò so tutti niri i fiorari. So cagnati puru ì fiori. So uguali tutti i mici, chindi gli pummidori. Se trovanu a tutte ’e staggiuni. Tutti ardi uguali, chindi se gli esse fatti ’n zartu, uno ’e vigli che
fau gliabitucci pè velle femmene secche, secche.
Nun ze chiamanu più chindi epprima. I trumbuni so’ “i fiori del dottor Zivago”; gli arrà ’nvendati issu! I cuccuri sò devendati ciclamini, i taratufoli sò girasoli. E panzelle sò “viole del pensiero” ’o statice è devendatu “semprevivo”, i crisandemi sò “margherite olandesi”.
È meglio che nun ge stete più, ve resparagnete tande arrabbiature.
Pianu, pianu venne sete ite tutte, cète lassatu a commatte cò sti matti. Cagnanu rugnu agli cristiani, rattaccanu ’e mani, ì pei, de ’na pecora ne fau doa, ’mmischianu ’e piande, cagnanu ì culuri agli fiori, cà ’ddi farrau addorà puru ’a cipullina.
 
6. I testi di poesia
 
Antologia
 
Cenni biobibliografici
 
Bibliografia
Proietti, Marcello, Saracinesco, ricordi, immagini, dialetto, Tiburis artistica ed., Tivoli, 2004.
Luciani Vincenzo, Dialetto e poesia nella Valle dell’Aniene, Roma, Ed. Cofine, 2008
 
Webgrafia