101 – SAN GREGORIO DA SASSOLA

SAN GREGORIO DA SASSOLA (1432 abitanti, detti sangregoriani. A 420 m slm). Sorge su uno sperone tufaceo tra i Monti Tiburtini e il versante occidentale di quelli Prenestini. Paesino dall’aspetto tipicamente medievale, ma con la rara particolarità di “borgo doppio”: infatti il Castello Brancaccio (X sec.) racchiude la parte medievale mentre il paese seicentesco (Borgo Pio), costruito dopo la peste del 1656, si apre a nord-ovest. Il territorio, molto vasto, è di origine carsica-marnica in montagna, mentre di origini vulcanica nella parte pede-montana. Lo strato argilloso tra la parte carsica e quella vulcanica lo rende ricco di sorgenti d’acqua.
Le origini storiche sono contese tra le antiche città pre-romane di Aefula (città fondata dai Latini-Albensi intorno all’anno 1068 a.C.) e Saxula (città degli Equi) annesse a Roma tra il 400 e il 30 a. C. La sua importanza, non solo dal punto di vista militare ed economico, in tempo romano, è testimoniata dalla presenza di strutture mastodontiche quali l’Acquedotto dell’Aniene Vetere (ponte della Valle della Mola – 272 a.C.), l’Acquedotto dell’Acqua Marcia (ponte S. Pietro – 146 a.C.), l’Acquedotto dell’Aniene Nuova (ponte S. Antonio – risalente all’epoca di Claudio). 
Il paese deve il suo nome a San Gregorio Magno ( Dottore della Chiesa) che ne fu proprietario nel V sec. Prima del 1870 il paese era noto come Castel San Gregorio; fu poi aggiunto ‘da Sassola’ con riferimento a Saxula, antica città degli Equi.
 
IL DIALETTO DI SAN GREGORIO DA SASSOLA:
 
  1. I vocabolari e le grammatiche
Da un elenco di “parole di San Gregorio da Sassola in disuso” pubblicate sul sito: https:////web.tiscali.it/sangregoriodasassola.it, abbiamo scelto: agnillie (gengive); appettareccia (forte salita); appilinu (tappo); canghinu (tirchio, puntone di chiusura delle porte); carracciu (piccolo fosso); curgulini (niente); lestra (letto); osso mazzignu (malleolo); passone (palo); pelliconate (scenate); piccicì (piccola caramella alla liquerizia); pescolla (pozzanghera); piccuja (trottola); picuriju (pecorella); parazzola (giaciglio dei pastori); remmonnà (sbucciare); semenza (chiodino da calzolaio); sterio (stalla del maiale); sunile (ballatoio); turturu (bastone); zicchià (sgorgare); zicchiu (secchio).
 
2. I proverbi e i modi di dire
 
3. I toponimi e i soprannomi
 
 
4. Canti – filastrocche-indovinelli – giochi – gastronomia – feste&sagre-altro
 
4.1 Canti
Da San Gregorio da Sassola (fonte, sito: https:////web.tiscali.it/sangregoriodasassola.it): registriamo la tradizione popolare della Pasquella. Tutti i bambini, dal primo pomeriggio fino alla sera del 5 gennaio, girano per le case a raccogliere doni. Accompagnano alla richiesta di doni canti antichissimi popolari che rievocano la nascita di Gesù: Se ricevono doni, cantano: Che dimani è santo giorno / se batizza ju Re del Monno / co’ le lodi di Maria / viva Pasqua Epifania / Pasquella Padro’!!!. Se, invece, non ricevono doni: Quissi chiodi che stavu alla porta / tesse pozzino ficcà all’ossa / quissi chiodi che stavu aju muru / tesse pozzinu ficcà n’ culu / Pasquella Padro’!!!.
 
4.2 Filastrocche, indovinelli, invocazioni, scongiuri
 
4.3 I giochi
Alcuni giochi sono sul sito: https:////web.tiscali.it/sangregoriodasassola.it
 
4.4 La gastronomia
 
5. I testi in prosa: il teatro, i racconti
Da segnalare in dialetto di San Gregorio da Sassola il monologo e la favola di Picciu mattu di cui è autore Paolo Proietti dell’Associazione culturale Aefula.
 
Il libro di Mario Giagnori Storie minime. Vita quotidiana a San Gregorio nel Seicento racconta la vita quotidiana a San Gregorio da Sassola nel XVII secolo, attraverso la viva voce delle donne e degli uomini che vissero in quel periodo. Sono essi stessi che si raccontano con testimonianze tratte per la gran parte dagli atti giudiziari del Governo Baronale dell’epoca.
Si tratta di denunce, interrogatori, sentenze, confische, domande di grazia, petizioni, stime, testamenti. A far da contrappeso, gli «Statuti della Magnifica Comunità di San Gregorio», un insieme di usi e consuetudini a lungo osservate e infine redatte per iscritto, che definiscono in maniera univoca il dettato giuridico cui era sottoposta a quel tempo la popolazione.
Dalle testimonianze trapelano indizi della vita quotidiana, rivelazioni e notizie che ci sono state trasmesse senza che chi lo ha fatto ne avesse coscienza, dal momento che stava parlando del suo mondo usuale. E scopriamo così quali fossero i rapporti con i paesi e le città vicine, Casape, Castelmadama, Pisoniano, Tivoli e Roma soprattutto. Attraverso i racconti, penetriamo nella fatica del lavoro quotidiano, nei duri ritmi del mondo contadino, nella povertà e talvolta nella fame più nera.
Si lavorava dall’alba al tramonto; ma erano in genere rispettate le festività, fatta eccezione per chi vendeva generi alimentari. Pochissimi sapevano leggere, e ancor meno quelli che sapevano scrivere. La maggior parte firmava con il segno della croce, ma chi sapeva scrivere almeno il proprio nome aggiungeva la dizione «mano propria», ossia scritta di proprio pugno.
Nelle loro dichiarazione, i personaggi ci fanno conoscere qual era il loro rapporto con il tempo, i riferimenti alla semina, alla mietitura o alla vendemmia, il conto delle domeniche riferite all’ultimo Natale, all’ultima Pasqua, oppure alla Quaresima; i giorni che quasi sempre si indicavano con il santo di cui cadeva la ricorrenza, e l’ora in genere riferita all’Ave Maria della sera. Ma dai racconti scopriamo anche molto di quel che era il carattere delle donne e degli uomini di San Gregorio nel Seicento, il concetto dell’onore e dell’amicizia, gli amori… Dalle vertenze riguardanti le «promesse di sponsali», gli impegni di matrimonio, conosciamo quale fosse la dote di una sposa; oppure, nel caso di sequestri di beni, apprendiamo l’arredo di una casa. Ma capita anche di venire a conoscenza di quali fossero le spese effettuate per un funerale, o come un ladruncolo preferisse spendere il denaro
rubato.
Sappiamo cosa succedeva durante il giorno nei campi o in paese, sappiamo della vita delle ragazze costrette fin da bambine ad andare «a servizio», o come si passavano le sere in un tempo in cui gli unici divertimenti per i giovani erano le serenate alle ragazze o le cene nelle cantine, giocare alla pallacorda o al calcio, a carte o alla morra nelle osterie.
Ed ecco allora le liti per il chiasso o per una parola di troppo, una chiacchiera che passa di bocca in bocca fino a diventare voce comune, così che la diceria di un semplice bacio tra due giovani rischia di diventare imposizione di matrimonio da parte dell’arciprete. Veniamo poi a sapere cosa mangiavano, cosa accadeva dopo una sbornia all’osteria; ma c’era già all’epoca l’usanza di andare, nelle sere d’estate, a recitare il rosario davanti alle immagini sacre appese nei vicoli.
Benché fosse vietato dagli Statuti, molti uomini andavano in giro armati almeno di un pugnale. A San Gregorio, nel seicento, si uccideva; spesso per futili motivi.
Ma leggiamo
anche dei bandi, quello contro la peste o per vietare di «Pigliare l’acqua nel Giardino», e di «Brugiare le stoppie» nell’estate, spesso causa di incendi; ma anche di «Bandi contro li divertimenti carnevaleschi», o per obbligare tutti ad «andare di notte col tizzo o col lume».
Ho scelto volutamente di far parlare loro stessi in prima persona, con il loro linguaggio, il parlato dell’epoca, benché a un primo impatto questo possa far sembrare difficile la lettura.
Il consiglio è quello di leggere il testo come se si stesse ascoltando qualcuno raccontare; di abbandonarsi alla sua voce, senza dimenticare che parlando nel dialetto dell’epoca.
Perché è la parola di queste antiche «Genti» che racconta il mondo in cui vivevano, rivelando indizi e fatti che nell’insieme restituiscono l’immagine della vita quotidiana che si svolgeva a San Gregorio nel Seicento.
 
6. I testi di poesia
Una poesia di Giovanna Luzzi è pubblicata a p.25 del libro dell’Associazione Pro Loco Montecelio, “D’Abbrile canno l’aria se rescalla…”. Primo Premio di poesia dialettale “Don Celestino Piccolini”, a cura del Comitato Festeggiamenti S. Michele, Montecelio, 1978 (poesie di Mario Carrozza, Giulio Di Mario, Antonio Margozzi e Teresa Sperandio Pioli ed altri, Montecelio, Tipografia Veligraf, 1997.
 

 

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